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Il bonsai giapponese trae le sue origini dal penjing cinese. Se si considera che il bonsai nella sua interpretazione originaria sia la rappresentazione in vaso di un paesaggio in scala ridotta, si può dire che il bonsai su roccia sia la creazione più vicina all'idea originaria. Il bonsai ishitsuki dei giorni nostri esprime la massima tendenza verso la leggerezza, la semplicità, la naturalezza. Certo chi ama gli alberi e la natura non potrà non restare affascinato dalle creazioni su roccia...
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Si tratta di giardini pensati per il piacere di passeggiarvi, ascoltarvi la musica, andare in barca sul laghetto.A questo periodo risale il cosiddetto kyokusui (torrente tortuoso) che rappresenta il fluire dell'acqua e conduce alla successiva interpretazione del bonsai. |
Fig. 1 Mesi fa inviai agli amici che non parlano giapponese un file contenente un centinaio di differenti kanji (ideogrammi di origine cinese) disposti in modo equidistante, con la richiesta di scorrerli velocemente e marcare quelli che per qualche motivo avessero attirato la loro attenzione.
La curiosità era di comprendere se emergesse una costante nella scelta di alcuni piuttosto che di altri; in effetti da questa seppur ristretta e bizzarra indagine appare piuttosto evidente che, anche senza saperne pronuncia e significato, la sola rappresentazione grafica può ispirare maggiore simpatia ed interesse per alcuni rispetto a tanti altri, che probabilmente appaiono più anonimi ai nostri occhi. Interessante è stata l'osservazione di chi mi ha confidato di aver umanizzato i kanji, vedendo in loro tanti piccoli esseri, dotati di una propria fattezza, talvolta di braccia e gambe, forse di un propria personalità...ideogrammi simpatici, ideogrammi antipatici...altri solitari, altri ancora così simili da poter sicuramente stare bene assieme. E' anche tenendo presente questa divertente ottica che ora vi invito a fare la loro conoscenza per scoprire ed approfondire alcune particolarità che li riguardano.
Comincio col presentarvi ? deko. Il suo significato è "convesso, sporgente". |
![]() Fig. 2 Gli incontentabili che ora fantasticano immaginando un ideogramma con molti molti più alberi, dovranno superare la soglia dei kanji JIS (Japanese Industrial Standards) -in altre parole quelli compresi nei fonts digitabili sul computer- e sfogliare il daikanwa jiten, il più voluminoso dizionario di kanji al mondo; vi troveremo quello rappresentato nella fig. 2 formato da 8 ? per un totale di ben 32 tratti che viene letto con le due pronunce: satsu / ki.
Ora osserviamo i seguenti ? ? ? . Tutti e tre sono caratteri pittografici di cui potete vedere l'origine e l'evoluzione nella fig. 1. Presentano similitudini, perciò verrebbe da pensare che abbiano anche un significato o una pronuncia simile, invece non è così. Hi ? significa "sole, luce solare, giorno", tsuki ? "luna, mese", me ? "occhio, vista". Scherzosamente potremmo immaginare di attaccare due "zampette" all'occhio per creare un piccolo essere dotato di vista! Proviamoci, ecco qua un paio di ? zampette, aggiungiamole sotto ? l'occhio e ciò che otteniamo è ? . In realtà quelle zampette, come tutti i tratti, hanno un proprio nome (si chiamano nin'nyo oppure hitoashi) e rappresentano le gambe piegate di un uomo; il kanji ? che abbiamo ottenuto non è una nostra strana invenzione, bensì quello utilizzato per il verbo ?? miru che significa appunto "vedere, osservare".
Ora che conosciamo il verbo osservare, cimentiamoci in un gioco d'osservazione. Sapreste individuare tra ? ? ? qual'è l'intruso? Subito verrebbe naturale rispondere che è quello nel mezzo e indubbiamente da un punto di vista formale è vero, tuttavia la risposta corretta è "dipende": infatti se prendiamo in considerazione il campo semantico l'intruso diventerebbe il primo a sinistra. Vediamone la ragione. Tutti e tre sono radicali (bushu), cioè parti fondamentali che si utilizzano per il loro valore semantico o fonetico nella composizione di ideogrammi più complessi. (continua) |
Evanescente come rugiada:
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Utagawa Toyokuni: oiran con kimono a righe Per quanto riguarda i motivi decorativi che si trovano su kimono, costumi teatrali e manufatti artigianali del periodo Edo, essi avevano spesso oltre ad un significato allusivo alla stagione, anche una simbologia apotropaica, servivano cioè ad allontanare la sfortuna. I disegni più comunemente usati per i kimono sono quelli di natura vegetale e sono costituiti da variazioni sul tema del sakura (fiori di ciliegio) simbolo per eccellenza della primavera, e attorno a tre elementi che costituiscono una costante nell'iconografia tradizionale nipponica: matsu (il pino, simbolo di eternità), take (il bambù, simbolo di integrità) e ume (il boccio di pruno, simbolo di intelligenza). Queste tre piante sono indicate con la denominazione complessiva di shochikubai ed erano conosciute in Cina come suihan sanyou "i tre amici che resistono al freddo", perché il pino mantiene il verde delle foglie anche in inverno, il bambù continua a crescere robusto anche con il gelo e il pruno è il primo albero a fiorire: sono quindi simboli di costanza e di buon augurio per l'anno nuovo. |
E ancora, nei costumi e negli oggetti ritornano frequentemente fuji (il glicine), ayame (gli iris), botan (la peonia), kiri (la paulonia), kiku (i crisantemi), momiji (le foglie di acero).Motivi decorativi derivati dal mondo animale sono invece costituiti da variazioni sul tema beneaugurale della hōō , la fenice, (simbolo di saggezza, pace, prosperità), della tsurugame , gru e tartaruga, (simboli di longevità), del ryū, il drago, (divinità benevola delle acque) e inoltre dell'airone, del piviere, della farfalla.Non mancano, però, motivi decorativi di natura geometrica (frecce, rombi, spirali, righe verticali parallele) o estreme stilizzazioni di elementi naturali (onde, fiamme, nuvole, fulmini). |
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![]() La forma a tromba del cloisonné illustrato si ispira ad un ku, il boccale in bronzo, usato per bere durante le feste, tipico dell'antica Cina. Caratterizzato da un bordo sporgente, corpo rastremato e piede leggermente espanso. Presenta il bordo e la base rifinite in argento e corpo smaltato, in diverse tonalità di color verde, a imitazione della decorazione dei bronzi cinesi antichi. Prodotto nelle prime quattro decadi del XX secolo dalla fabbrica, fondata a Nagoya, dall'imprenditore Ando Jubei, nella quale lavoravano gli smaltatori più esperti. In questi laboratori si realizzarono ricerche tese a perfezionare gli smalti, i colori, le paste e i processi produttivi. Questa attività di ricerca permise la produzione dei primi cloisonné realizzati con la tecnica del moriage e del plique-à-jour. Il cloisonné è una tecnica artistica che consiste nell'applicazione di paste vitree policrome sopra superfici metalliche.
La convergenza dei due diversi materiali, il vetro, fuso e applicato a caldo, e il metallo, lo pone a metà strada fra l'arte del vetro e dell'oreficeria. Questa lavorazione era conosciuta in molti luoghi e tempi. Nel medioevo ebbe il suo apice a Bisanzio. Dal lavoro di quelle botteghe uscì la "Pala d'oro", ora appartenente al Tesoro della Basilica di San Marco a Venezia, composta da pannelli smaltati, di eterogenea provenienza e epoca, databili a partire dal X secolo.
Questa lavorazione consiste nel riempire degli alveoli con lo smalto colorato, componendo un decoro, dove possono essere presenti anche delle immagini. Il primo cloisonné figurato conosciuto è una croce-reliquiario, custodito nella Basilica di San Pietro a Roma, databile fra il VI e il VII secolo. Le cavità dove si collocherà lo smalto sono leggermente emergenti rispetto al piano della base, delimitate da listelli o fili. La qualità nella lavorazione si definisce in base alla grandezza delle celle e dei fili che, in entrambi i casi, devono essere delle dimensioni più ridotte possibili. Lo smalto fuso, colato nell'alveolo, aderisce alle pareti del listello o del filo e al piano dell'oggetto. Il supporto in metallo può essere in rame, bronzo, ottone e occasionalmente in metalli preziosi. Il sostegno metallico era realizzato a fusione o da una lamina che veniva lavorata direttamente con il processo della martellazione. In quest'ultimo caso il metallo, in genere il rame, era ridotto a lastra, battuto e la forma era ottenuta dall'unione di più lastre sagomate. Alcune parti più vulnerabili, come i bordi, erano poi rifinite in bronzo. | La fabbrica fondata da Ando Jubei realizzò molti oggetti con questo metodo.
Il moriage è una tecnica dove lo smalto è applicato a strati, portando alcune parti della decorazione dell'oggetto ad alto rilievo, in posizione più elevata rispetto ad altre. Con questa tecnica hanno lavorato gli artisti occupati presso la Ando Jubei e Kawade Shibataro.
Smalti gin-bari, dove lo smalto traslucido è applicato su un fondo composto da un foglio metallico. Questa tecnica può essere anche parziale, dove una parte del soggetto decorativo è realizzata con il metodo gin-bari e il resto della decorazione dell'oggetto avviene con lavorazione a smalto abituale; così lavorava Oda Tamashiro.
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Immagine tratta dal film Ninja bugei-cho I ninja, il leggendario corpo di guerrieri-spie acrobati, guardie, agitatori, cospiratori e assassini rappresentano una figura importante nell'immaginario popolare, non solo in Giappone. La loro arte detta ninjutsu o shinobi possedeva una qualità estetica, e perfino magica, che non può non impressionare anche al giorno d'oggi. Si diceva sapessero correre veloci come un cavallo, saltare di albero in albero, rendersi invisibili con l'uso di polveri e nebbioline. Nella storia del cinema giapponese esiste un intero sottogenere dei jidaigeki, i film di ambientazione storica, loro dedicato, detto ninja-eiga. Ma ninja compaiono ovunque: nei film di fantascienza, trasportati in epoca odierna con viaggi nel tempo o fatti combattere contro gli alieni, nei film di kung fu di Hong Kong, dove vengono contrapposti ai monaci Shaolin, negli anime, addirittura nei film per bambini (come nel recente Nintama Rantaro - Ninja Kids di Miike Takeshi, su una sorta di accademia per piccoli aspiranti ninja che ricorda quella di magia di Harry Potter) e naturalmente nei fantasy. |
Opera anomala, ma nella filmografia del regista il concetto di anomalia non esiste, nonché episodio singolare nella storia dei rapporti tra cinema e fumetti. Si tratta della riproposizione di un celebre manga dove però le tavole originali non vengono animate ma rimangono fisse, riprese nei loro dettagli, e assemblate in successione con un montaggio iperdinamico che totalizza più di duemila piani, con l'aggiunta delle voci e degli effetti sonori. La storia si svolge nel XVI secolo ed è il racconto di una rivolta contro il damyo Oda Nobunaga. |
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Fuku kaze no Il vento che spira
Tratto da Kokin Waka Shū |
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Yamada Kosaku |
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Yamada Kosaku Compositore, direttore d'orchestra, autore di musiche per l'infanzia come di opere liriche, nonché figura centrale della vita musicale giapponese per oltre mezzo secolo, la figura di Yamada Kosaku è oggi purtroppo dimenticata sia in occidente che, cosa ancor più grave, in patria, se non fosse per i canti popolari entrati ormai nell'immaginario collettivo. A rendere difficile e complicato il lavoro di riscoperta e rivalutazione vi è senz'altro la perdita di buona parte delle sue composizioni (stimate in oltre 1600) nel disastroso bombardamento di Tokyo del 25 maggio 1945. Nato nel 1886, da una famiglia di samurai di basso rango, già in età precoce manifesta interesse e talento musicale. Affascinato dalle bande militari e dai cori chiesastici e nazionali che in quegli anni segnavano il definitivo rientro della musica occidentale in Giappone dopo 250 anni di isolazionismo, dopo aver passato gli anni dell'adolescenza in uno stato di semi-assoluta povertà e dopo aver vinto le reticenze materne, contraria che un figlio di samurai diventasse musicista, grazie all'aiuto ed alla lungimiranza di un parente anglosassone Yamada riuscì ad entrare nell'allora Tokyo Music School, sotto la guida di Heinrich Werkmeister, studiando con lui teoria musicale e violoncello con Iwasaki Koyata, nonché tentando i suoi primi esperimenti compositivi, di cui ci è rimasta una Romanza per violoncello e pianoforte. Nel 1910, grazie all'aiuto finanziario di Iwasaki, entra alla Musikhochschule di Berlino, arrivando a comporre già nel 1912 quella che sarà la sua prima opera, Ochitaru Tennyo, rappresentata solo dopo quindici anni a Tokyo. Allo stesso periodo appartengono un'Ouverture, prima composizione sinfonica di un autore giapponese e la Sinfonia Kachidoki to heiwa (Trionfo e Pace), anch'essa prima sinfonia scritta da autore nipponico e frutto di quelle che erano state le sue prime esperienze musicali ora inserite in un lavoro sinfonico su vasta scala. In essa vi sono infatti ricordi di bande militari e inni quali, ad esempio, l'inno nazionale Kimigayo, nonché alcuni poemi sinfonici che risentono in molte occasioni delle influenze di R.Wagner e R.Strauss. Tornato in Giappone poco prima dello scoppio della I° Guerra Mondiale, i primi anni lo vedono impegnato su diversi fronti oltre a quello compositivo: fonda la Tokyo Philharmonic Society Orchestra, prima orchestra professionista giapponese, con Yamada stesso in qualità di direttore; ottiene incarichi di alto prestigio come la commissione del Preludio su un tema nazionale Gotaiten hoshuku zensokyoku per l'incoronazione dell'Imperatore Taisho e collabora dal 1916 con il grande coreografo Bac Ishii per cui comporrà i poemi coreografici Maria Magdalena e Mei an (Luce e Oscurità). Dal 1918 al 1919 è negli Stati Uniti come direttore, ospite sia della New York Symphony Orchestra che della New York Philharmonic, includendo nei programmi, nonostante la corrente anti-tedesca, composizioni wagneriane accanto a propri lavori, tra cui il poema sinfonico "The Dark Gate" scritto a Berlino nel 1913. Al suo ritorno si prodiga nella diffusione musicale fondando la Nihon Gakugeki Kyokai (Japanese Association for Music Drama) e organizzando prime di Wagner, R. |
Strauss e Debussy, nonché dedicandosi attivamente alla composizione di opere vocali sulla forma del lied tedesco, riadattato al gusto ed alla lingua giapponese. Proprio da questa continua ricerca di un ponte tra la musica occidentale e la parola giapponese nel 1922 fonda con il poeta Hakushū Kitahara il giornale Shi to Ongaku (Verse and Music). Con la formazione della futura NHK Orchestra da parte del principe Hidemaro Konoe, deciderà di dedicarsi esclusivamente alla composizione, accettando commissioni anche dall'Europa, per cui scriverà l'opera Ayame nel 1931, richiestagli dal Theatre Pigalle di Parigi e mai messa in scena. Gli anni '30 sono l'ultimo periodo di fertilità compositiva, che vedrà i frutti di quanto studiato in passato ed appreso attraverso i numerosi viaggi, portati a definitivo compimento. In particolar modo la sinfonia Tsurukame, ispirata dall'omonima opera Kabuki ed in cui Yamada realizza, prassi comune per molti compositori dell'epoca, una felice unione del repertorio classico giapponese con il gusto occidentale. In questo lavoro infatti un cantante esegue un Nagauta accompagnato da shamisen (non notati in partitura), trovando un naturale eco nell'accompagnamento orchestrale che si rifà sia all'armonia giapponese sia alle strutture classiche di ispirazione tedesca. La carriera di Yamada arriva al suo apice proprio alla fine del decennio con l'opera Kurofune (La Nave Nera), considerata a tutt'oggi il suo capolavoro indiscusso. |
Achaan Chah Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra |
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L'11 marzo 2011, un sisma di magnitudo 9.0, seguito da uno tsunami, ha sconvolto il Giappone causando oltre trentamila vittime. In un diario di trenta giorni trascorsi al "fronte", Pio d'Emilia, corrispondente da Tokyo per Sky Tg24, e storico collaboratore de il Manifesto, racconta gli eventi che hanno sconvolto il destino di una nazione e modificato l'assetto economico mondiale. La cronaca del giornalista, l'unico ad essere arrivato davanti ai cancelli della centrale nucleare di Fukushima, si alterna allo sguardo dell'uomo nel tentativo di delineare le prospettive di un paese interamente da ricostruire e minacciato da un altro possibile "tsunami", quello nucleare, i cui danni sono tutt'ora imprevedibili. |
Pio d'Emilia giornalista, si è occupato di Giappone e sud est asiatico per circa trent'anni, collaborando con il Messaggero, il Manifesto, l'Espresso, la Rai. Dal 2005 è corrispondente per l'Estremo Oriente di Sky Tg24 per cui ha coperto gli scontri nel Tibet e in Birmania, le elezioni a Taiwan, la crisi coreana anche da Pyong Yang, la guerra in Georgia. E ora lo tsunami giapponese. |