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la fotografia erotica giapponese
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Hokusai Katsushika (1760-1849) e le sue stampe erotiche sono oggetto di Hokusai manga (1981), distribuito in occidente con il titolo Edo Porn. La regia è di Shindō Kaneto e il grande pittore è interpretato da Ogata Ken, che fu anche Mishima nel film americano Mishima: A Life in Four Chapters (1985). Il film fa risalire la passione di Hokusai all’incontro con una donna bellissima, Onao, dalla carnagione pallidissima, che poi scompare misteriosamente. Un fantasma? Shindō crea, nella prima parte, l’atmosfera da kaidan, le storie giapponesi di fantasmi. Del resto, questo regista è stato l’autore di uno dei più bei kaidan cinematografici, Kuroneko (1968). Da quel momento in poi, Hokusai appare ossessionato dalla pornografia, tanto da arrivare a usare persino la figlia come modella. Ma il film racconta anche del suo lungo viaggio che lo porta sul monte Fuji e sulla costa di Kanagawa, che gli fu di ispirazione per le sue opere più famose, la serie Trestasei vedute sul monte Fuji e La grande onda presso la costa di Kanagawa. «Penso al monte Fuji come me stesso», esclama contemplando uno dei simboli del Giappone. Shindō poi inserisce alcuni episodi ironici, come le performance di abilità del maestro, impegnato prima a dipingere un minuscolo ritratto su un chicco di riso e poi uno gigantesco, con un enorme pennello, apprezzabile solo se visto dall’alto. Alla fine della sua vita concepisce il suo più celebre shunga, Pescatrice di awabi e piovra, contenuto nell’album Spasimi d’amore. Il film immagina che il maestro abbia avuto l’ispirazione vedendo su una spiaggia delle pescatrici a seno nudo, da cui ha comprato poi i polipi usati come modello. E’ un’evidente citazione da Cinque donne attorno a Utamaro. Utamaro compare più volte nel film in Hokusai manga ed è visto come il pittore più anziano e già affermato. Shindō, che è stato allievo del grande regista, su cui ha anche realizzato un fondamentale documentario, chiarisce così il senso del suo omaggio al maestro. Se Mizoguchi è Utamaro, lui è Hokusai. |
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tra attori e cortigiane |
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Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc) potranno contattare l'autrice al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet.it Uno dei topoi imprescindibili della letteratura e del teatro nel periodo Edo fu senza dubbio la presenza del mondo dei quartieri del piacere e, di conseguenza, la presenza di figure di cortigiana quali personaggi di opere di finzione. Del resto, non erano state forse le keiseigai, le visite a una cortigiana, le prime forme di spettacolo kabuki, ancora ai primi passi? Indubbiamente, occorre sottolinearlo, le scene che prevedevano la presenza di una cortigiana erano particolarmente apprezzate dal pubblico dei teatri. È facile ipotizzare che molteplici siano state le ragioni di tale predilezione. Innanzitutto la presenza della cortigiana, questa figura ai margini della società come era intesa dalla moralità ufficiale, trascinava con sé l’elemento erotico, il cui fascino sugli spettatori non è il caso di discutere. In seconda battuta occorre sottolineare che spesso la presenza della cortigiana significava amori ostacolati o contesi, cioè vicende drammatiche che venivano presentate al pubblico con il loro carico di scene strazianti, di passione e, spesso, di morte. Il connubio eros e thanatos, già sperimentato con successo dal drammaturgo Chikamatsu Monzaemon (1653-1724), in alcuni suoi capolavori (si pensi a opere come Shinjū ten no Amijima o a Sonezaki shinjū) era molto apprezzato. Inoltre da quando vigeva il kabuki esclusivamente maschile, la presenza di onnagata, gli attori che interpretavano le parti femminili, attirava la curiosità anche da un punto di vista meramente estetico e le scene che prevedevano la presenza di cortigiane promettevano possibili sorprese. Gli attori più celebri, infatti, erano in grado di dettare le regole della moda con i loro kimono dai colori sgargianti e dalle stoffe preziose e costituivano per il pubblico femminile un punto di riferimento importante per essere sempre alla moda e non sfigurare in società. Ma a queste ragioni di predilezione va senz’altro aggiunta la consapevolezza di una sostanziale affinità fra teatro e quartiere del piacere, due spazi di trasgressione, circoscritti e controllati certo, ma in fondo liberi. I luoghi trasgressivi sono, nella Edo dei Tokugawa, Yoshiwara, il quartiere del piacere autorizzato, e il quartiere dei teatri, Saruwakachō vale a dire, secondo l’opinione delle autorità, aku bashō, i luoghi del male per eccellenza. Un “male”, questo, con cui però si doveva fare i conti ed infatti il governo Tokugawa seppe rivolgere a proprio favore un elemento della vita cittadina che vedeva con disprezzo ma di cui capiva la necessità: contribuire a risolvere quegli inevitabili problemi di ordine pubblico che si presentavano in una città costituita prevalentemente da una popolazione maschile e offrire una possibilità di “distrazione” alle classi inferiori, che impedisse al malcontento di esplodere in aperta ribellione o addirittura in tentativi di attacco all’egemonia degli stessi Tokugawa. |
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Il saggio è già apparso in pubblicazione singola per le edizioni Asiaorientale, in occasione della manifestazione Cha no yu, tenutasi il 29 gennaio 1990 presso la Sala Gemito (Galleria Principe di Napoli) a cura dell’associazione culturale napoletana Asiaorientale e il Centro Urasenke in Kyōto, con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia e il contributo dell’Assessorato alla Cultura dell’Amministrazione provinciale di Napoli.
| Diecimila sono le cose che il Cielo sovrasta, di cui l'uomo è la più preziosa. Egli ha un'unica stagione ed è saggio che salvaguardi la propria vita. La condizione necessaria perché egli preservi l'unica sua risorsa è che abbia cura della propria salute. Il segreto di tale principio è forse il benessere dei cinque organi interni. Il principale di essi è il cuore ed il segreto per tonificarlo è bere tè: quando il cuore è debole, tutti i cinque organi interni si ammalano. [...]
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| Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13. Per ogni informazione: www.nihonclub.it info@nihonclub.it |
kakemono o kakejiku
Luca Piatti - www.kottoya.eu
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: luca@kottoya.eu
Kakemono e kakejiku sono sinonimi, due termini giapponesi utilizzati per indicare una forma d'arte tipicamente orientale.
L’artista dipinge su strisce di carta o seta che, dopo essere state montate in forma di rotolo, vengono contornate con dei bordi costituiti da preziosi tessuti e appese in senso verticale, svolgendole dall'alto in basso. Il kakemono, quando non è appeso viene conservato arrotolato; se appeso, è collocato nella parete interna del Tokonoma, una nicchia posta nella camera più importante dell’abitazione, lo spazio della casa dedicato all’esposizione degli oggetti preziosi, che vengono ammirati collocati vicini a un ikebana, l'arte di disporre i fiori. Come i fiori il kakemono viene sostituito al cambio della stagione.
L’origine dei kakemono si deve ai monaci buddisti, provenienti dalla Cina che, assieme alla religione, importarono in Giappone la maggior parte delle arti tutt'ora praticate. Inizialmente questi rotoli avevano forma orizzontale e rappresentavano calligrafie di carattere religioso. Dopo il XII secolo (periodo Heian) vennero introdotti soggetti diversi ed il rotolo divenne verticale. Il kakejiku giapponese si differenzia da quello cinese per il diverso montaggio del tessuto che si trova intorno all'opera: in quelli nipponici le dimensioni dei diversi pezzi del tessuto dividono lo spazio in diverse parti, tutte importanti e tutte determinanti per l’aspetto artistico del kakemono.
I temi poetici dei kakejiku sono svariati; il pittore dipinge con inchiostro di china, giocando su infinite sfumature. Il segno, una volta tracciato, è irremovibile e non ci possono essere ripensamenti. Raramente la china è abbinata a un poco di colore, quest’ultimo non interessa l’artista.
Il dipinto può essere un’opera calligrafica, una poesia Zen; in questo caso il pennello, intinto di inchiostro di color nero, dipinge una calligrafia in shodo. Oppure può rappresentare una raffigurazione stagionale della natura, dove la composizione si organizza verticalmente, secondo un ritmo “montante”, che porta le montagne di sfondo a inarcarsi alte sopra gli alberi, gli edifici e le figure, in un risultato completamente opposto a quello della costruzione ottica occidentale. Questo suscitò un interesse per l'arte giapponese negli artisti occidentali della seconda metà del XIX secolo.
Giuseppe De Nittis (1846-1884) rappresenta un esempio nostrano e significativo. Stabilitosi a Parigi nel 1868, il pittore italiano diventa un artista di successo e un uomo socialmente affermato; entra in contatto con i rappresentanti più in vista degli ambienti artistici e letterari d'avanguardia, con molti dei quali instaura rapporti d'amicizia basati sulla comune passione per l'Estremo Oriente. L'interesse nutrito da De Nittis per l'arte e soprattutto per la pittura giapponese non si limita a una semplice curiosità dettata da una moda passeggera. Edmond de Goncourt riporta l'episodio dell'acquisto, da parte di De Nittis, di un kakemono e del vano tentativo di ricopiarlo. Le osservazioni del pittore italiano, di cui Goncourt è testimone, sul dipinto e sul modo in cui è stato eseguito, rivelano non soltanto l'entusiasmo che egli condivide con gli amatori più appassionati d'arte giapponese, ma soprattutto un interesse specifico nei confronti della tecnica pittorica, che ai suoi occhi appare originale e inimitabile. L'autore del kakemono era Watanabe Seitei (1851-1918), giunto nella capitale francese durante il periodo dell'Esposizione Universale del 1878. Fu uno tra i primi artisti nihonga a recarsi in Europa, per approfondire le proprie conoscenze sulle tecniche pittoriche occidentali. ![]()
tratto dal libro ZEN del maestro Tetsugen Serra - Fabbri editori 2005
Ogni giorno il Maestro Zuigan Shigen si chiamava ad alta voce: “Maestro!” e si rispondeva: “Sì!”. “Sei veglio?”, si chiedeva e si rispondeva: “Sì”. “Non farti mai illudere dagli altri, in nessun giorno e in nessun momento”. “No, non mi farò illudere”.
Noi siamo i più grandi illusionisti di noi stessi, siamo abili e scaltri ad ingannarci.
In questo Koan gli altri sono la nostra mente condizionata. ![]()
la mediazione culturale dei gesuiti in giappone - Seconda parte
Susanna Marino
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: susymar@gmail.com
Saverio, non potendo né leggere, né parlare con i suoi diretti interlocutori, così scrive ai suoi confratelli: “Tutti si meravigliano molto in vedere come noi veniamo di tanto lontano paese come è di Portogallo al Giapan, che sono più di 6000 leghe, solamente per manifestare le cose d’Iddio. E se noi altri sapessimo parlar la loro lingua, non dubito che si farebbero molti cristiani. Qua non tengono male infino adesso il farsi cristiano. Adesso siamo fra loro come statue, perché parlano e praticano con noi di molte cose, e noi, per non intender la loro lingua, tacciamo.”[1]
A causa, quindi, della sua insufficiente conoscenza della religione e dell’etica locale, egli incontra parecchie difficoltà, non da ultime quelle di carattere linguistico: difficoltà di traduzione di concetti semanticamente precisi per la nostra filosofia, ma non altrettanto per la mentalità nipponica. Termini o espressioni ambigue, polivalenti o da contestualizzare volta per volta, secondo il loro impiego: Dio, anima, paradiso, angelo, grazia, peccato ecc. Tenendo conto, inoltre, che gli interpreti non erano bilingui, si può immaginare l’estrema difficoltà di comprensione reciproca.
Nei suoi scambi epistolari con i confratelli Gesuiti, insiste affinché siano inviate in Giappone solamente persone con molta esperienza, padri letterati, con una buona dose di dialettica e di retorica, poiché lo stesso Saverio afferma, in più di un’occasione, che gli abitanti del Sol Levante sono i migliori con cui abbia mai conversato, gente ragionevole, colta e ben educata, curiosa e desiderosa di conoscere cose nuove.
Facendo tesoro dei suoi errori iniziali, si rende conto che, per avvicinarsi maggiormente a coloro che contano all’interno della società nipponica, deve modificare il suo atteggiamento, il suo modo di porsi: ecco allora che compare davanti a personalità d’alto rango, vestito con ricchi abiti di seta, presentandosi come ambasciatore del Governatore di Goa.
L’opera di Francesco Saverio è enorme e degna di nota; fornisce ai Gesuiti le prime informazioni dettagliate sulla nuova terra ed i suoi costumi, tramite lettere e scritti che dal 1549 inizia ad inviare ai suoi confratelli. Eccone altri brevi estratti:
“Di Giapan scriverò a vostra Carità diffusa informazione, sì dei costumi e delle scritture. Vi mando l’alfabeto del Giapan. Scrivono molto differentemente da noi, cominciando dall’alto al basso del foglio; domandando io perché non scrivevano al modo nostro, mi risposero perché noi non scrivevamo al modo loro, dandomi questa ragione, che l’uomo tiene la testa in alto e i piedi in basso, che così ancora l’uomo quando scrive ha da scrivere d’alto a basso.” [2]
In un’altra lettera racconta:
“Sono in questa isola tre sorti di religiosi[3], quali hanno monasteri a modo dei frati, alcuni dentro la città ed altri fuori. I primi predicano al popolo che esiste un solo Dio creatore di tutte le cose. Altri sono vestiti di vesti negre sino ai piedi ed altri ancora portano vesti grigie; hanno anche una religione di donne a modo di monache.
Le case di orazioni di tutti questi religiosi sono di una medesima forma; hanno idoli di legno dorati e altre immagini dipinte sul muro.”[4]
E prosegue poi dicendo:
“Ora vi daremo conto del nostro stare in Kagoshima. Arrivammo ad essa nel tempo che li venti erano contrari per andar a Meaco[5], dove sta il re e i maggiori signori del regno; e non c’è vento che ci serva per ire là se non di qui a cinque mesi, e a quel tempo, con l’aiuto d’Iddio vi andremo. Ci sono di qui 300 leghe. Gran cose ci dicono di quella città: affermano che passa da 90.000 case e che c’è un’università di scolari. Oltre di questa università principale, ci dicono che vi sono molte altre piccole nel regno.”[6]

E’, infatti, storicamente documentato che i bonzi buddhisti sono stati i primi insegnanti ufficiali del Giappone antico e i templi sono diventati i primi centri d’insegnamento. Inizialmente rivolti alla classe nobile sono, in seguito, aperti anche alla classe samuraica ed infine al popolo delle campagne. Anche i missionari cristiani forniscono il loro contributo istituendo scuole d’insegnamento generale e professionale. Nello specifico, i missionari portoghesi costruiscono scuole nel nord-ovest dell’isola di Kyūshū e vicino a Nagoya, come centri di formazione per futuri predicatori. Nella capitale, a Kyoto, è invece costruita una scuola per l’insegnamento di alcune scienze europee dove è possibile apprendere matematica ed astronomia, la lingua latina e quella portoghese, musica e pittura occidentali, nonché, naturalmente, la lingua e la storia giapponese non solo per adattarsi ai costumi locali, ma per attirare, altresì, il maggior numero possibile di giovani. ![]()
[1] Daniello Bartoli , “Scritti”, Ed. Einaudi, Torino, 1970
[2] Ibidem
[3] Cioè le tre sette buddhiste dell’epoca, quella amidista, la Shingon e la setta zen Rinzai
[4] Bartoli, op. cit.
[5] Miyako, ossia la capitale del Paese
[6] Bartoli, op. cit.
A.A. V.V., “The Hybrid Culture: what happened when East and West met”, Cosmo Public Relations Corp., Tokyo, 1984
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Barreto L. F. e d’Oliveira Martins M. M., “Macao: scientific and cultural centre museum guide”, Lisboa, 1999
Bartoli D., “Giappone: istoria della Compagnia del Gesù”, ed. Spirali, Milano, 1985
Caroli R. e Gatti F., “Storia del Giappone”, editori Laterza, Bari – Roma, 2004
Fiorani F. e Flores M., “Grandi imperi coloniali”, ed. Giunti, Milano, 2005
Hartmann P. C., “I Gesuiti”, Carocci editore, Roma, 2003
(a cura di) Koyama M., “Primi contatti tra Italia e Giappone: arte e testimonianze”, Gangemi editore, Roma, 2007
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Lisón Tolosana C., “La fascinación de la diferencia: la adaptación de los Jesuitas al Japón de los samurais, 1549-1592”, Akal Universitaria, Madrid, 2005
Mendes Pinto F., “Peregrinazione, 1537-1558”, ed. Longanesi & C., Milano, 1970
Sica M. e Verde A., “Breve storia dei rapporti culturali italo-giapponesi e dell’istituto italiano di cultura di Tokyo”, Longo editore, Ravenna, 1999
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Tucci G., “Antichi ambasciatori giapponesi, patrizi romani”, numero unico dedicato alla Missione giapponese inviata in Italia, Roma-Tokyo, 1940
Vale M. T., “Fernão Mendes Pinto: o outro lado do mito”, ed. Terra Livre, Lisbona, 1985
Considerato quanto detto nella prima parte, risulta facile capire la trepidazione con cui era atteso l’arrivo di un nuovo messaggio:
In quel momento (quando Genji quasi non l’aspettava più) giunse finalmente la risposta […]. Scritta su una sottile carta scarlatta, l’estrema ingegnosità e delicatezza con cui il plico era confezionato fece battere più svelto il cuore di Genji mentre lo apriva.
Anche la poesia accompagnatoria doveva sottostare a precise convenzioni artistiche. Poiché era ritenuto sconveniente essere troppo espliciti, si preferiva ricorrere a metafore e sottili allusioni utilizzando citazioni di poesie cinesi e giapponesi oppure traendo ispirazione direttamente dalla natura. La prossima poesia recitata a conclusione di un taglio di capelli ci dà un’idea precisa sull’utilizzo di tali sottointesi:
C’è un’alga marina chiamata “miru” che le dame usano per curarsi la capigliatura; giocando su quella parola (che significa anche “vedere”) Genji recitò una poesia dove diceva che l’alga
“miru” usata per lavare i capelli di Murasaki [9] stava a significare che egli sempre ne avrebbe osservato con tenerezza la crescita. Ella rispose che come le maree visitano la “miru” nel suo crepaccio lui veniva per poi riandarsene, sicché spesso le sue trecce crescevano non viste come l’alga nascosta. Questo ella scrisse con molto garbo su una strisciolina di carta, e la poesia, quantunque non avesse altro merito che una certa grazia infantile, lo colmò di gioia.
L’estrema sensibilità del principe Genji rispecchia l’idea maschile del gentiluomo Heian: un tipo d’uomo avvenente, gentile d’animo e sentimentale con le donne. Sei Shoganon qui lo ritrae nel ruolo di amante perfetto mentre, all’alba, si accinge a lasciare la dimora dell’amata:
Appena desto, non mostra di preoccuparsi degli ampi pantaloni, ma si china premuroso verso la sua dama, le sussurra all’orecchio quanto rimpianga la conversazione avuta con lei durante la notte e intanto, con noncuranza, già si allaccia la cintura. Quindi, […] dopo averle sussurrato il desiderio che avrà di lei durante il giorno, finché cadrà la notte e potrà ritrovarla, si allontana dolcemente, quasi scivolasse sul terreno. […] la dama non può fare a meno di seguirlo con lo sguardo, commossa e con dolce nostalgia.
Ritornato a casa il gentiluomo doveva affrettarsi a preparare la lettera del mattino dopo, una sorta di messaggio rassicurante in cui esprimeva il dolore causato dall’inevitabile distacco da lei:
Presa la scatola per la scrittura, stempera delicatamente l’inchiostro e, senza affidarsi d’impeto al pennello, incomincia a scrivere con gran cura e concentrazione in modo davvero piacevole a vedersi. Indossa su una candida sottoveste una veste color fior di Yamabuki [10] e un color porpora. Finisce di scrivere, osserva i lembi spiegazzati della candida sottoveste, e quindi […] si alza, chiama un paggetto o una guardia dal bel portamento e gli consegna la lettera, dopo avergli sussurrato qualcosa.
Poteva così seguire una scambio di corrispondenza tanto lungo che sarebbe impossibile riportare. A corte infatti il flusso di lettere e biglietti era continuo e incessante. Di giorno e di notte messaggeri fidati consegnavano ora un messaggio scritto su un foglio fin troppo grande, di sottile carta color porpora, legato a un garofano cinese pienamente sbocciato, ora una busta, fermamente sigillata con colla di riso […] di un amante che è andato lontano.
Nel Genji Monogatari leggiamo a tal riguardo:;

Un mattino del nono mese [11], quando i primi geli dell’annata smaltavano il mondo, cominciarono ad arrivare l’uno dopo l’altro i messaggeri con le solite lettere d’amore fantasiosamente adorne e ripiegate.
Ma la dama Tamakatsura, corteggiata da numerosi adoratori altolocati,
non le degnava nemmeno di uno sguardo, e solo di malavoglia accettava che le venissero lette ad alta voce.
Tra queste giunse un biglietto
appeso a un ramo ghiacciato di bambù, colto a fior di terra e portato con tanta cura, ch’era ancora tutto avvolto nella sua canuta guaina di gelo. In questa come in tutte la altre occasioni, il messaggero era una raffinatezza adeguata all’eleganza della lettera. […] Queste lettere erano fonte di vivo interesse e diletto per le gentildonne di Kamakatsura, che discutevano con gusto infallibile il colore della carta, lo stile della scrittura, le varie specie di essenze con cui la missiva era profumata e una quantità di altri problemi del genere.
Note
[9] Qui ancora bambina diventerà in seguito la sposa di Genji. Da questo personaggio deriva probabilmente il nome dell’autrice Murasaki Shikibu.
[10] Giallo oro.
[11] Corrisponde al nostro ultimo mese autunnale.