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Il Fior di Loto, o Nelumbo, è una pianta acquatica conosciuta fin dall’antichità. Cenni sulla coltivazione |
L'ultimo anno ci ha visti impegnati su diversi fronti: l'organizzazione degli eventi collaterali alla mostra "ISamurai", presentata dalla Fondazione Mazzotta a Palazzo Reale; la collaborazione con MITO Settembre Musica relativamente agli incontri svoltisi al Mito Café della triennale di Milano; il gemellaggio con il comune di Milano per l'iniziativa Giappone a Milano; la sponsorizzazione tecnica dell'Udine Far East Film Festival e del Milano Film Festival. Dopo queste esperienze positive siamo nuovamente lieti di affiancare la Fondazione Mazzotta nell'organizzazione degli eventi collaterali alla mostra "Shunga. Amore ed Eros nel periodo Edo", mettendo a disposizione la rete di conoscenze e le relazioni nate in tanti anni di proficue frequentazioni culturali. www.giapponeinitalia.org Punti cruciali per la coltivazione Per la coltivazione delle piante acquatiche è assolutamente indispensabile che non manchi mai l’acqua. Bisogna considerare che l’acqua traspira dalla pianta ma evapora anche dalla superficie, pertanto si riduce più rapidamente di quanto spesso si pensi. Non ha importanza quale momento si scelga per ripristinare il livello dell’acqua, l’importante è farlo in tempo. Un altro punto da non trascurare: per quanto la stagione di crescita sia l’estate, anche durante la stagione di dormienza, cioè l’inverno, è importante che le piante abbiano sufficiente acqua a disposizione. Poiché è facile dimenticare questa necessità spesso le piante acquatiche muoiono proprio in inverno, ma non ci si accorge del problema fino alla primavera seguente, quando non si risvegliano dalla dormienza. L’eventuale protezione invernale dipende dalle specie, pertanto sarà il caso di chiedere le esigenze individuali al momento dell’acquisto. Ci sono specie che possono sopportare anche le gelate invernali, altre richiedono una protezione in serra riscaldata, dalla quale verranno tolte in primavera. In linea generale le specie acquatiche hanno uno sviluppo abbondante, tanto da riempire il vaso in una stagione di crescita. Prima del risveglio vegetativo in primavera si opera allora la divisione del ceppo, ponendo poi le parti in vasi singoli. |
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Curiosità Con il nome di Loto d'oro si indicano i piedi deformati delle donne cinesi. Dopo una fasciatura del piede, quest’ultimo assumeva una forma a mezzaluna e una dimensione massima dai 7 ai 12 cm di lunghezza.
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Parlare della “mediazione culturale dei Gesuiti in Giappone”, significa fornire innanzitutto un quadro cronologicamente ben delimitato entro il quale si trovarono ad agire e confrontarsi alcune importanti figure storiche appartenenti alla Compagnia del Gesù, nata, con approvazione del papa Paolo III, nel 1540. Le informazioni del tempo inerenti al Paese del Sol Levante, troppo imprecise se non fantasiose, non ne permettevano una chiara dislocazione geografica e tanto meno un chiaro orientamento rispetto ai territori vicini, conosciuti e visitati già da alcuni viaggiatori europei sin dal Medioevo. L’arcipelago giapponese, infatti, era pressoché sconosciuto nell’Europa del tempo ma, grazie al “planisfero”
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Avviene così il primo contatto fra i giapponesi e quelli che più tardi saranno definiti i nanbanjin, in altre parole, i barbari provenienti dal sud. Ma le acque dei mari della Cina non erano solcate solo da marinai e mercanti lusitani e iberici. Verso la metà del XVI secolo, i commercianti giapponesi avevano, infatti, anch’essi invaso i mari cinesi, trovandosi quindi improvvisamente in concorrenza con i commercianti europei da poco giunti nella zona. I giapponesi rimangono colpiti dalla fisionomia degli europei che, come abbiamo detto, chiamano con il nome di nanbanjin e il fascino che essi esercitano è espresso in particolare in un gruppo di opere, per lo più paraventi pieghevoli, note sotto la definizione di arte nanban (i personaggi rappresentati sono caratterizzati da incarnito pallido, lunghe gambe, nasi prominenti e barbe a punta e indossano pantaloni larghi). Ma l’arrivo degli europei nella zona non ha l’unico scopo di aprire nuove vie commerciali e introdurre insoliti prodotti sul mercato. Come la storia ci ha ampiamente dimostrato, i mercanti europei dell’epoca - soprattutto quelli spagnoli e portoghesi - viaggiano spesso in compagnia di missionari cristiani; desiderosi perciò di rendersi graditi ai mercanti, alcuni appartenenti alla piccola nobiltà locale accolgono di buon grado questi primi missionari, favorendo la conversione dei propri sudditi al cristianesimo. E’ lecito pensare che la risolutezza e la forza morale di questi uomini, giunti da così lontano, sfidando innumerevoli pericoli per offrire la conoscenza di una nuova visione del mondo, incuriosisca non poco i signorotti locali giapponesi - daimyō –. PER VEDERE LA BIBLIOGRAFIA CLICCA QUI 1 Il Planisfero è visibile presso la Biblioteca Marciana a Venezia.
2 Sappiamo, in realtà, che fu Rustichello da Pisa a trascrivere nel Milione quanto riferitogli da Marco Polo e che lo stesso Rustichello compilò tale opera in lingua d’oil. 3 Un giapponese convertito al cristianesimo, incontrato a Malacca. |
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c'e' posta a .... heian-kyō - Prima parte |
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L’uso della carta nella lettere scambiate alla Corte Imperiale di Heian-kyō (1), attraverso le testuali parole di Murasaki Shikibu e Sei Shōnagon, autrici rispettivamente del Genji monogatari (Storia di Genji) e del Makura no sōshi (Note del guanciale). “Una lettera scritta su carta di riso (3) celeste e legata con rametti di utsugi (4) appena gemmati e “una lettera sigillata di carta violetta, legata a un lungo grappolo di glicine”. “Genji trattenne il messaggero e, avvicinatosi alla scrivania, aprì il cassetto dove teneva la carta da lettera cinese e scelse il più bel foglio che riuscì a trovare”. Il suo colore doveva intonarsi perfettamente alle tonalità presenti in natura. Ecco dunque il verde dell’erba appena tagliata, l’azzurro cielo, il turchino mareggiato, il violetto dei tralci di glicine, il rosso delle rose selvatiche. Il nome di alcuni colori traeva direttamente origine da fiori e piante, come ad esempio: il color fior di prugno, il color fior di utsugi (5), o il rosso robbia. “Genji si mise a scrivere una lettera alla Principessa Asagao che già da un pezzo, ne era sicuro, doveva essere stata informata del suo lutto [la morte della moglie Aoi]. […] Era scritta su carta cinese color azzurro cielo. Vi era acclusa la poesia: “Quando rammemoro un autunno colmo d’ogni sorta di affanni, non trovo un crepuscolo velato di tanto pianto quanto quello che ho versato stanotte”. Aveva molto faticato per vergarlo in bel carattere, e alle dame della fanciulla parve una vera vergogna che un biglietto così elegante non ricevesse risposta. Alla fine se ne persuase anche lei. […] E accluse la poesia: “Da quando seppi che le nebbie dell’autunno erano svanite lasciando nella vostra casa lo squallido inverno, spesso ho pensato a voi nel fissare il cielo stillante”. Poche parole in tutto, e frettolosamente scritte, ma a Genji, che da tanto tempo non riceveva sue notizie, riuscirono gradite quanto la più lunga e ingegnosa missiva.
| Da questo brano apprendiamo che le missive non godevano della massima riservatezza. D’altra parte, se consideriamo la corrispondenza dell’epoca una vera e propria forma d’arte, appare abbastanza logico che alcune di queste venissero mostrate a terze persone: Era una notte in cui la pioggia non interrompeva mai il suo monotono scroscio. Poca gente circolava per il Palazzo, e le stanze di Genji parevano più tranquille del solito. Egli era seduto accanto alla lampada, sfogliando libri e carte. D’improvviso cominciò a estrarre alcune lettere dai cassetti di una scrivania al suo fianco. La cosa incuriosì To no Chujo [il suo più grande amico]. – Alcune posso mostrartele, - disse Genji, - ma ce ne sono altre che preferirei… - Sono proprio quelle che vorrei vedere. Di solito le lettere banali si somigliano tutte, e non credo che le tue siano molto diverse dalle mie. Quelle che voglio vedere sono le lettere appassionate scritte nei momenti di risentimento, lettere che accennano un consenso, lettere scritte nell’oscurità… Così ardentemente pregava, che Genji gli permise di esaminare i cassetti. In realtà, non era probabile che egli avesse risposto documenti segreti molto importanti in una comune scrivania; li avrebbe nascosti ben più al riparo dagli sguardi. Perciò era sicuro che nelle lettere di quei cassetti non c’era nulla di cui preoccuparsi. Ma cosa avremmo potuto trovare in un simile cassetto? Probabilmente una lettera scritta su carta di sandalo di Michinoku (6) senza formalità ma con grande eleganza; oppure una lettera vergata su carta color azzurro cupo usata per scrivere alle persone in lutto; o un’altra ancora scritta su un foglio “kurumi-iro” della Corea, consistente in un foglio doppio, azzurro pallido su fondo bianco. Ogni volta che Sua Maestà (7) scrive all’Imperiale Sacerdotessa (8), sia per comunicarle qualcosa che per rispondere a una sua lettera, lo fa con cura particolare e somma precauzione, per non commettere errori, e ordina ai messaggeri di indossare una veste prugno color rosso-mogano sopra a una candida sottoveste ricamata. E’ bello vederli attraverso la distesa bianca della neve con il messaggio a tracolla. 1 – Antica capitale del Giappone (l’attuale Kyoto). Bibliografia
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Alberto Moro www.giapponeinitalia.org | |||
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La cerimonia del tè giapponese si svolge fondamentalmente in silenzio. Gli unici scambi di parole che avvengono tra il padrone di casa e l’ospite sono strettamente legati alle varie fasi della cerimonia e non dovrebbero turbare in qualunque modo lo stato d’animo delle persone presenti. I momenti di silenzio, oltre a favorire la concentrazione dei partecipanti, riescono ad amplificare, in particolar modo quando si pratica in mezzo alla natura, i suoni esterni ma anche gli interni come il bollire dell’acqua alla giusta temperatura che per i giapponesi ha un suono profondamente evocativo molto simile al vento tra i pini, matsukaze. Si può inoltre notare che i suoni dell’acqua versata nella tazza da un mestolo chiamato hishaku cambiano in base alla temperatura dell’acqua. | Tra le varie tazze utilizzate nella cerimonia del tè, la tazza raku è sicuramente una di quelle che maggiormente incarnano i principi estetici della via del tè. Queste tazze hanno la particolarità di essere estratte dal forno quando sono incandescenti. Il vuoto, nelle tazze, corrisponde a quelle irregolarità nella forma, quelle piccole rientranze che rendono ogni tazza unica e irripetibile. A ogni tazza viene inoltre attribuita una faccia o fronte, su cui solitamente si trova un’irregolarità nella forma o una sbavatura di colore. Quello, che agli occhi degli occidentali potrebbe sembrare un difetto, diventa invece motivo di interesse. Le irregolarità dovrebbero comunque essere provocate da eventi esterni e non essere deliberatamente ricercate dal proprio creatore. In ciò risiede il fascino dell’imprevisto. Se diversamente questi effetti fossero ricercati dal ceramista, risulterebbero solamente prodotti da un manierismo autoreferenziale. Anche nelle fasi di produzione della tazza, il vuoto è importante. Infatti quando la tazza viene presa dal forno, le viene tolta una certa quantità di ossigeno, inserendola in un contenitore ricolmo di foglie e segatura. Questo vuoto d’ossigeno ha un effetto molto evidente sullo smalto della tazza. ![]() |
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C’era una volta un monaco che credeva nella disciplina e che si era attenuto ai precetti per tutta la vita. Mentre stava camminando di notte, calpestò qualcosa che sembrò lamentarsi e immaginò che fosse una rana, una mamma rana piena di uova. Mortificato al pensiero di aver ucciso una rana incinta, quando quella notte il monaco andò a dormire, sognò di essere assalito da centinaia di rane che pretendevano la sua vita. Era assolutamente terrorizzato. Venuto il mattino, il monaco andò a cercare la rana che aveva schiacciato e trovò che invece era soltanto una melanzana troppo matura. In quel preciso momento, le incertezze del monaco cessarono di colpo: rendendosi conto che non c’è nulla di concreto nel mondo, per la prima volta fu davvero in grado di mettere questo concetto in pratica nella vita. Nella vita di tutti i giorni i nostri stati emotivi dominano e dirigono i nostri pensieri che determinano poi il nostro agire. Liberarsi da questi stati emotivi è la pratica dello Zen, il che non significa non avere emozioni, ma semplicemente non rimanere intrappolati, non lasciare che siano loro a decidere ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare. Quando siamo in preda a forti emozioni dobbiamo respirare tre volte con calma e non prendere mai decisioni. Solo quando le emozioni si calmano allora possiamo vedere le circostanze per quello che sono realmente.Se manteniamo la mente calma non saremo preda di facili ed emotive decisioni, la realtà ci apparirà invece in tutte le sue sfaccettature. |
Tratto dal libro ZEN del maestro Tetsugen Serra - Fabbri editori 2005 | ||
il periodo nara e le sue forme musicali Edmondo Filippini - www.giapponeinitalia.org |
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Conclusosi il periodo delle capitali nella valle di Asuka si apre uno dei momenti storici più significativi sia dal punto di vista storico che musicale. Già dalla fine del precedente periodo si avvertì un bisogno di maggiore stabilità che il continuo cambio di capitale, se pur in un perimetro più ristretto rispetto al passato, non poteva garantire. Il nuovo sistema di governo, quello importato dalla Cina, nella sua rigidità e complessità non permetteva inoltre uno spostamento senza creare gravi difficoltà pratiche e burocratiche ed è così che si arrivò alla formulazione di una capitale unica, quella che oggi chiamiamo Nara e che anticamente richiamava sia nel significato del nome che nella sua struttura urbana la grande capitale della Cina dei T'ang, Chang'an. |
Almeno due generi però ci sono stati oggi tramandati quasi integralmente, la rin’yūgaku, che per un curioso errore si pensava fosse proveniente da un'altra regione all'interno dell'odierno Vietnam ad oggi scomparsa e che in realtà fu importata si da un monaco di quella regione ma che aveva assorbito tale repertorio dall'India attraverso un viaggio molto lungo, quindi è da quest'ultima che questa proverrebbe come del resto le stesse danze sotto di essa catalogate ci proverebbero. | ||
enciclopedia dei mostri giapponesi Shigeru Mizuki - Kappa Edizioni - Bologna 2009 - Collana Svaghi |
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un mondo in cui una lanterna stregata può farti perdere la via, o in cui puoi morire dal terrore anche solo per aver visto il volto ghignante di una vecchia che lava i fagioli in un fiume; un mondo in cui ci si chiede costantemente se ciò che abbiamo visto è reale o il frutto della nostra fervida immaginazione, della nostra paura del buio, della nostra repulsione per lo sporco, della nostra diffidenza per il diverso. Shigeru Mizuki, nato nel 1922 nella prefettura di Tottori, si trasferisce a Tokyo nel 1957 e diventa autore di fumetti a noleggio, una realtà tutta nipponica dell’epoca, per cui venivano stampate poche copie di ogni libro (e per via della quale molte opere, anche di autori celebri, sono andate perse per sempre). Con Terebikun vince nel 1965 il Kodansha Jido Manga Sho, un concorso indetto dalla casa editrice Kodansha nel campo del fumetto per bambini, e fa il suo esordio ufficiale sulla rivista “Bessatsu Shohen Magazine”. Dal 1966 inizia a serializzare Hakaba no Kitaro su “Shonen Magazine”, che ottenne un tale successo da generare in seguito cinque nuove serie con gli stessi protagonisti, oltre a diverse trasposizioni a cartoni animati. Fra gli altri suoi personaggi noti, Akuma kun (di cui scrive anche i soggetti per la serie animata televisiva) e Kappa no Sanpei.
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Si stagliano, si staccano dal terreno cittadino dell’area milanese, oggi città cantiere vincitrice di expo 2015, metropoli in presa e ripresa del presente, per immaginare il futuro, tali da sembrare tutt’altro da sé, elaborandosi in viaggi che, singoli o visti in serie, si danno come insoliti reportage, immagini reali che lasciano il posto all’immaginazione, all’illusione, al futuribile. Fotografo capace di solleticare la curiosità e l’interesse per ciò che la fotografia può realizzare, il trucco, la costruzione di un codice da scoprire. Le immagini reali si sviluppano e si duplicano in sezioni geometriche, in spazi intagliati da guardare e riguardare, allo scopo di intenderne i linguaggi cifrati. Capaci di essere altro da sé diventano suggerimenti, visioni di città in costruzione, macchine volanti, oggetti stranianti, preziosi, seducenti pezzi di design, soprammobili, utensili del futuro. Le immagini si propongono su sfondi bianchi tersi, tratte da particolari urbani, tetti, palazzi, vertiginose e svettanti gru. Uno scatto dopo l’altro creano qualcosa che suggerisce visioni, non più una città in costruzione, in stasi, o esempi di realtà dimenticata, ma l’idea che il presente possa ritagliare nuove angolature, potenziali cambiamenti. Sospendendo il reale, restando ad immaginare, costruendo un tempo non ancora arrivato è possibile arrivare al punto di fare perdere identità agli oggetti, lavorando con la mente e creando partendo dal reale scorci di spazi nuovi.
Colori ad olio e linee semplici comunicano con chiarezza la gioia di guardare il mondo secondo un’approccio ludico. Il gioco sembra infatti essere la cifra tematica delle sue pitture, un gioco fatto di insoliti accostamenti, sfondi urbani ed animali oppure, come per l’opera che ritrae la vita di alcuni pesci immersi in un delicato fondo azzurro acquamarina, la capacità di rappresentare le figure con tocchi di vita nuova, espressioni e tonalità. Generalmente utilizza cromie tenui, e anche quando dominano colori intensi, come il giallo o il rosso, riesce a stemperarne la portata senza enfatizzare l’insieme restituendo immagini vellutate. L’artista raccogliendo ispirazione dall’accostamento tra natura, paesaggi urbani e talvolta dalla cinematografia, come per l’opera intitolata “kong”, non realizza delle copie della realtà ma dei fantasiosi richiami ad essa, delle rappresentazioni che con immediatezza, freschezza e sensibilità diventano elementi pittorici narrativi. Le storie che racconta, si veda per esempio il quadro “api”, pur non essendo di stampo surrealistico, sono però capaci di generare in chi osserva un senso di piacevole straniamento, di allontanamento dalla quotidianità. L’atterraggio di un aeroplano, per esempio con l’opera “air” oppure quello in cui un cane viene buffamente ritratto con un solo occhio, mentre alle sue spalle una macchina sconquassata fa da sfondo e contraltare o ancora la tela “mucche sul raccordo”, insolita visione del paesaggio cittadino, sono tutti esempi di un modo pittorico capace di fare apparire ciò che può sembrare ingrigito dalla ripetizione diversamente accettabile, restituendo elementi e spunti vitali per vivere la giornata secondo un’ottica diversamente possibile attraverso pizzichi di ironia e comicità.
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