|
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||
Relativamente alla scrittura, troviamo per la prima volta l’espressione moji, “tracce d’inchiostro”, nei testi cinesi del periodo delle Sei dinastie (222-589), un’epoca decisiva per lo sviluppo dell’arte calligrafica. A quel tempo moji indicava semplicemente le scritture personali ad inchiostro, che non erano né copie né riproduzioni stampate. E’ solo al tempo della dinastia Song (960-1279) che questo termine venne stabilmente associato alla calligrafia, in particolare era usato per indicare le scritture dei grandi calligrafi. In seguito, la parola moji venne applicata anche alle calligrafie dei monaci buddhisti giapponesi che si recavano a studiare in Cina. Comunque, con lo stesso significato, si potevano trovare anche le espressioni tracce autentiche e, più raramente, tracce del pennello. |
![]() In quel periodo la calligrafia dei monaci zen era diventata un’arte contraddistinta da una violenta energia, che cercava di comunicare al di là dell’usuale e del gradevole. Non veniva più perseguito il tradizionale desiderio di armonia tra l’individuo e la natura, lo sguardo era unicamente rivolto all’interno del proprio sé. |
||
|---|---|---|---|
Il film adatto a illustrare le peculiarità della cucina nipponica è sicuramente Tampopo (1985) del regista di commedie Itami Juzo. Racconta di un camionista che aiuta una donna a dare vita al ristorante di noodles perfetto. Attorno a questa storia si snodano episodi secondari e sketch sulla vita giapponese, tutti imperniati sul tema del cibo. Centrale è la preparazione del ramen, piatto costituito da noodles serviti in brodo con uova, vari tipi di carne e verdure e con la tipica rotellina bianca chiamata naruto. E’ il tipico cibo decentrato secondo la definizione di Roland Barthes che, in L’impero dei segni, così scrive: «(…) nessuna vivanda giapponese è provvista d’un centro (centro alimentare implicato presso noi dal rito che consiste nell’ordinare il pasto, nel guarnire o rivestire i cibi); tutto qui è ornamento di un altro ornamento (…)». Il ramen è molto diffuso in Giappone, tanto da risultare famigliare a chiunque abbia mai seguito qualche serie di anime, ma è di origine cinese. Il termine ramen infatti deriva dal cinese lo-mien, e il piatto è anche chiamato chûka soba (noodles di grano saraceno cinesi). La rigida educazione nipponica è messa alla berlina, paradossalmente, nelle scene in cui si consumano piatti europei. Un gruppo di uomini d’affari si trova a un ristorante di nouvelle cuisine francese. Tutti ordinano piatti a caso, tranne quello che tra di loro sembra essere gerarchicamente più in basso, che si dimostra un vero intenditore. In un’altra scena, alcuni straccioni discettano con grande competenza di alta cucina e vini pregiati, segno che sono i poveri ad apprezzare davvero il piacere del cibo, anche sapendosi districare tra culture lontane. Alla fine uno di questi homeless rende felice un bambino preparandogli un piatto semplice, l’omuraisu, un’omelette che avvolge del riso, con della ketchup. Un altro memorabile sketch è quello di una lezione sulla cucina italiana, comprese buone maniere da tenere a tavola. L’insegnante spiega a delle signore eleganti come mangiare gli spaghetti con forchetta e (sic) cucchiaio, mettendole in guardia dall’evitare quel rumore di risucchio normalissimo tra i giapponesi ma disdicevole in occidente. Le sue raccomandazioni non saranno seguite… |
Un boss della yakuza e la sua amante sono impegnati in attività sessuali che comportano l’uso erotico di cibi, tra cui l’ebi-odori, il cosiddetto “scampo danzante” che deve essere servito ancora vivo. Scene che ricordano Nove settimane e ½, da cui Itami non può essersi ispirato perchè di un anno successivo. |
||
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: luca@kottoya.eu L’armatura portata dal bushi, il soldato, è chiamata | Le yoroi erano inizialmente ispirate dalla semplicità militare e all’estrema funzionalità; questo fino al periodo pre-Tokugawa, quando l’armatura era strumento da combattimento, essenziale nella guerra. Dopo l’unificazione del Giappone, nel periodo Edo, le armature gradualmente iniziano a diventare ingombranti e sontuose, dalle ricche decorazioni, non più strumenti di guerra, indossate come simbolo di potere e di posizione gerarchica. L’epoca che precedette l’affermazione dei Tokugawa fu un periodo turbolento, di continuo scontro fra i vari clan, dove ogni gruppo di potere cercava di assicurarsi una posizione di superiorità su tutti gli altri. Questi contrasti erano regolati da eserciti che combattevano cruente guerre, su ampi campi di battaglia, con soldati protetti da armature.Il tipo d’armatura o equipaggiamento protettivo indossato in battaglia dal bushi fu un fattore determinante nel delineare l’uso e l’evoluzione delle armi impiegate durante gli scontri. La protezione fornita da un’armatura implicava un uso sofisticato e appropriato degli strumenti d’offesa adottati nello scontro, al fine di raggiungere e penetrare un bersaglio protetto. Questa ricerca d’efficacia del colpo inflitto incideva sull’armatura, modificandola e rendendola più protettiva nel punto vulnerabile e questo miglioramento si rifletteva sulla tecnica di costruzione e maneggio delle armi. Questo continuo evolvere si può intuire esaminando l’evoluzione delle punte di freccia. In un periodo di guerra continua, l’arco era un’arma indispensabile sui campi di battaglia. Le punte aguzze, chiamate togari–ya, abilmente modellate in forme sottili e penetranti, erano in grado di trapassare le piastre di metallo delle armature. Al modificarsi della forma delle piastre, vengono affiancate da punte forgiate con la forma di una virgola che, benché sbilanciate, erano in grado di infilarsi, al momento dell’impatto, fra le lamine costituenti le armature.
|
||
I SAMURAI E LA NATURA Rossella Marangoni | |||
|
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it Il cerchio si chiude. I fiori di ciliegio e la neve conducono al bushi, ne esaltano, sulla scena come in altre manifestazioni artistiche, le azioni pure e “belle”, di una bellezza effimera. I fiori di ciliegio e la neve volteggiano e cadono a terra, gli uni disperdendosi, l’altra sciogliendosi, ed entrambe le immagini rimandano alla morte del guerriero. |
In particolare quello della famiglia Tokugawa, costituito da 3 foglie di malva - aoi - racchiuse in un cerchio, o quello a 4 losanghe del clan Takeda che altro non è se non un’ardita stilizzazione di 4 foglie di castagna d’acqua.
|
||
Il kata pur essendo un esercizio solitario ha immanente la percezione dell’altro. L’altro è sempre presente nel nostro Kata. L’avversario è fronteggiato ad ogni passo, il modello incarnato dal Maestro è costantemente presente. Questo aspetto fa anche la differenza tra una semplice sequenza codificata di gesti ed un kata. “l’intensità di questa sensazione varia secondo il tipo di evoluzione tecnica che il kata sottende… Questo <altro>, la cui immagine può variare, è sempre un modello che guida verso la perfezione. Per Tesshu quest’immagine era quella del Maestro: una presenza schiacciante, con la quale si identificava pur cercando di vincerlo. Un ceramista che realizza un vaso, anche secondo la migliore tecnica tradizionale, non per questo esegue un kata. Il suo atto diventa un Kata quando si verifica una concatenazione dinamica tra lui, l’oggetto che modella e l’immagine del movimento del suo Maestro che produce un oggetto immaginato perfetto…” (1) 1 - 2: K.Tokitsu, Kata, pag.87/88, Luni editrice, 2002
|
|
||
Si racconta che un giorno il Buddha avesse raggiunto le porte del Nirvana. Le porte erano aperte e tutti gli altri Buddha danzavano e cantavano per dargli il benvenuto, perché accade raramente che un essere umano diventi Buddha. Tutti gli antichi Buddha si erano radunati per quella festa d’accoglienza del Buddha. Ma lui non entrò. Tutti lo pregavano di entrare nel Nirvana insieme a loro, ma egli rispose: “A meno che tutti gli esseri dietro di me non entrino anche loro, io resterò fuori perché, una volta entrato io scomparirò come essere e non potrò più aiutarli. Vedo milioni di persone che inciampano nel buio della loro esistenza. Anch’io nello stesso modo ho annaspato nell’ignoranza e vorrei dar loro una mano. Per favore, chiudete la porta: quando saranno arrivati tutti, allora io stesso busserò per entrare”. Spesso nella vita si è portati a guardare solo ai nostri interessi, a non tenere conto dell’influenza che ha il nostro vivere sugli altri, convinti che la priorità sia soddisfare le nostre personali esigenze. Il nostro egoismo non ci fa vedere le sofferenze del mondo, o pensiamo di non poter fare nulla per cambiarlo. Il nostro impegno quotidiano nella consapevolezza deve essere rivolto per il bene di tutti gli esseri ai quali siamo indissolubilmente legati; dovremmo, come i Bodhisattva, impegnarci a vedere tutte le conseguenze delle nostre azioni sugli altri. Se sviluppiamo una mente aperta e non egoistica sapremo sicuramente come comportarci in modo che le nostre azioni non arrechino dolore agli altri. Ogni persona che è alla ricerca della propria vera vita non può vivere solo per il proprio beneficio, perché non troverà mai veramente se stessa, ma solo i propri attaccamenti e il proprio ego che nascondono la vera felicità.
|
|||
Dalla metà degli anni ’80, quando il Giappone visse il «baburu jidai», cioè il periodo della bolla economico-speculativa, le studentesse dall’aspetto grazioso ed innocente, in un certo senso da sempre protette dalla società, cominciarono ad essere apertamente oggetto di morbosità e desideri erotici fino ad allora invece vissuti segretamente. Il sailor fuku divenne anche il simbolo di questo tabù infranto. |
|
||
Tracce d’inchiostro Allievi: Roberto Ballerio, Aldo Borgo, Patrizia De Vellis, Silvio Ferragina, Marina Lovatti, Cristina Luraghi, Giovanni Miradoli, Paola Paramatti Miriam Pracchi inaugurazione
Sabato 3 ottobre 2009, ore 17,30 - 19,15 Roma -Roberto Mercoldiespone dal 21 luglio al 30 agosto allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243 Intro(pro)spettive Roma -Chantal Corso e Anna Pinzariespongono dal 1° al 27 settembre allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243 e autrici esprimono con intensità ed eleganza il valore della pittura
inteso come capacità di coinvolgere e generare sfumature, passaggi e |
|||