Come sappiamo la musica giapponese nel senso stretto del termine inizia con i rapporti con il continente asiatico durante il periodo Asuka (552-710) da cui si svilupperanno quegli scambi con la nazione cinese che, oltre ad aver cambiato per sempre la vita e la politica giapponese, metterà le basi per le origini di quella che noi oggi possiamo definire come tradizione musicale. Se intendiamo le prime importazioni della sankokugaku e del gigaku come una formazione del repertorio musicale (e teatrale) è possibile notare come a Roma, negli stessi anni, grazie a Leone I Magno, papa dal 440-461, si iniziava a riorganizzare il repertorio liturgico che andava mano a mano creandosi ed affermandosi in una penisola sempre più vessata da contenziosi, rivolte e guerre barbariche all'alba della caduta definitiva dell'Impero Romano (476). Questo processo di riforma e sistemazione, continuato anche da Papa Gelasio I con il suo Sacramentario gelasiano e che troverà definitivo compimento con Gregorio I Magno, papa dal 590 al 604, altri non è che la base della cultura musicale occidentale senza la quale nulla di quanto venuto dopo sarebbe stato possibile. La musica dell'epoca più antica della storia occidentale come quella giapponese non ci è però sopravvissuta, la prima a causa della mancanza di un sistema notazionale che ne permettesse la trasmissione, la seconda perché dovrà aspettare l'importazione di un sistema già finito e complesso come quello cinese. Anche in questo caso possiamo osservare almeno due analogie: in occidente la pratica scrittoria della musica si afferma negli stessi anni con la pratica bizantina prima e soprattutto carolingia poi, mentre in Giappone era stato importato un sistema notazionale particolarmente simile a quello occidentale, legato al canto di tradizione buddista Shōmyō. |
![]() Esemplari in tal senso sono i tropi, cioè inserimenti all'interno del canto tradizionale di natura sia musicale che testuale, che “scolpiscono e plasmano in profondità la liturgia e la vita cristiana del medioevo latino” (Baroffio, Musicuset Cantor), portando lentamente alla creazione del dramma liturgico. Se infatti la tradizione occidentale è definibile come in continua trasformazione di secolo in secolo, quella giapponese è invece contraddistinta da continua cesura netta. Il repertorio gagaku non ha infatti portato a nessun altro stile e con la fine del periodo Heian (1185) finiva sostanzialmente oltre ad un'epoca, quella imperiale, anche quella della musica di corte, che sarebbe rimasta uguale a se stessa nei secoli a venire. L'ascesa della casta guerriera favorirà infatti tipologie di divertimenti e di musica completamente differenti e spesso lontani, dal punto di vista estetico, da tutto ciò che fu prodotto precedentemente. Sicuramente il canto dei monaci ciechi editineranti, Heike Biwa, il teatro Nō, sotto la guida di Zeami, sono le due espressioni che meglio contraddistinguono quattro secoli di guerre sanguinose e di fermento artistico e, se è impossibile fare paragoni con questi che sono stati i due repertori monopolizzatori dell'intero arco di tempo che va dal periodo Kamakura all'inizio del periodo Edo, cioé dal 1185 al 1603, è altresì interessante concentrare l'attenzione sulla nascita del teatro kabuki all'interno della classe sociale dei chuunin, in pieno periodo Edo (1603-1867), una forma teatrale e musicale, sicuramente la più conosciuta dentro e fuori i confini giapponesi, che non è difficile mettere a paragone con il teatro barocco, anche musicale, che negli stessi anni, nasce e si afferma in seno alla cultura italiana, divenendo una delle forme più imitate e conosciute al mondo. Ben intesa l'impossibilità di fare raffronti diretti sia drammaturgici che politici tra queste due tipologie di teatro (il kabuki ha il compito di intrattenere il popolo ed attirare gli dei, mentre il teatro barocco era intrattenimento ludico per nobili e corti) entrambi, che si contraddistinguono per un continuo ricorso a macchine sceniche, costumi opulenti ed una generale spettacolarità, nonché le storie, in entrambi i casi lunghe e complesse, piene di colpi di scena e codici reiterati che permettevano ai rispettivi spettatori di orientarsi e di seguire le intere vicende, sono un caso di analogia evidente tra due tradizioni non sempre così lontane. |
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Il grande maestro del tè Sen Rikyu (1522-1591), vissuto in Giappone nel XVI secolo, diceva che la stanza del tè doveva essere simile a una capanna di paglia, rappresentare semplicemente un riparo dagli eventi naturali e, nello stesso tempo, conferire un senso di vicinanza alla natura. La stanza del tè doveva essere progettata con il preciso scopo di favorire l’elevazione spirituale di chi la frequentava. |
Fiori che solitamente le persone nonsi soffermano a osservare, ma che nel vuoto della stanza del tè possono ritrovare la loro profonda bellezza e dignità.Il pavimento della stanza è ricoperto da stuoie di paglia di riso, solitamente bordate di tessuto, meglio conosciute con il nome di tatami (il modulo più comune è quello di Kyoto di 1,91 x 95,5). La misura classica della stanza del tè è i 4 tatami e mezzo. Il termine che definisce questo tipo di stanza in Giappone è yojohan. La scelta di queste dimensioni è fatta risalire a Vimalakirti, un buddista laico indiano che viveva in una stanza di circa 9 mq e si dice tradizionalmente che anche in questo piccolo spazio riuscì ad ospitare il santo Manju insieme a 84.000 discepoli del Buddha, segno che per una persona illuminata non esistono limiti dimensionali.
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| I samurai e la natura Rossella Marangoni - Seconda parte |
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Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) possono contattare l'autore al seguente indirizzo: cswma@tiscalinet.it L’importanza della simbologia legata al ciliegio nella classe guerriera del periodo Edo, periodo a cui risale la maggior parte delle splendide armature in mostra a Palazzo Reale nell’esposizione “Samurai”, è ben rappresentata, secondo me, dai due componimenti poetici trascritti nella prefazione di Tashiro Tsuramoto allo Hagakure,(1) il testo che più di ogni altro ha contribuito a formalizzare il codice del guerriero, il bushidō. Al primo haiku del maestro Yamamoto Tsunetomo, Tsuramoto, il discepolo, risponde con un altro haiku in cui i temi, quello dell’incontro e quello del ciliegio, sono ripresi: Quanto è distante
da questo mondo il ciliegio selvatico? Furumaru (Yamamoto Tsunetomo) Sotto bianche nuvole,
presso il ciliegio in fiore, ci siamo appena incontrati. Kisui (Tashiro Tsuramoto) Il tema del fiore del ciliegio nasconde – lo abbiamo detto - dietro il senso della bellezza effimera, uno degli insegnamenti più profondi del buddhismo, quello dell’impermanenza del mondo fenomenico, mujō, concetto presente in gran parte della letteratura giapponese classica. Ma è soprattutto l’associazione fiore di ciliegio – morte ad emergere. Un’associazione che è paradigmatica della concezione della vita del guerriero. Non a caso, innumerevoli esempi documentano in poesia come in altre manifestazioni artistiche questo concetto e la relativa associazione sakura-caducità delle cose umane. Spesso quest’associazione ricorre nelle saigo no uta, le cosiddette poesie di commiato che i guerrieri feriti mortalmente in battaglia o condannati al suicidio rituale per sventramento (il seppuku o, più volgarmente, harakiri) componevano prima di morire. In queste poesie la presenza dei sakura può essere interpretata come una metafora della fine e il disperdersi dei fiori di ciliegio come un commiato dalla vita. Eccone uno degli esempi più celebri, composta dal guerriero Asano Naganori Takumi no kami (1665-1701) prima del suicidio a cui era stato condannato, dedicato proprio alla struggente bellezza dei fiori di ciliegio: Kaze saso bu
hana yori mo nao ware wa mata haru no nagori wo ikani tokasen.(2) I fiori di ciliegio portati dal vento non devono essere molto propensi a lasciare (l’albero). Cosa sarà del mio desiderio di assaporare la primavera? |
Spesso, nella poesia giapponese classica, la neve e i fiori di ciliegio si ritrovano associati: come se i fiocchi che volteggiano nell’aria invernale e i fiori spazzati dal vento fossero un’unica immagine di suprema bellezza.(3) Questa associazione ha, nella storia della poesia giapponese, una tradizione antica. Infatti se ne registra la presenza già nel Kokin waka shū(4) in cui la tecnica del mitate, utilizzata magistralmente, favorisce l’incontro di due immagini antitetiche (perché proprie di due diverse stagioni), come i fiocchi di neve e i fiori di sakura. La tecnica del mitate, secondo la spiegazione di Sagiyama, è la sovrapposizione di due immagini visive, una reale e l’altra immaginaria: (1) Li riportiamo nella traduzione di Luigi Soletta. Cfr. YAMAMOTO Tsunetomo, Il codice segreto dei samurai. Hagakure Kikigaki, Milano, Luni Editrice, 2000, p.19
(2)Naru hodo Chūshingura, Tōkyō, PHP Interface, 1998, p. 54 (3)Nel suo saggio sul dramma Yoshitsune senbonzakura, Bonaventura Ruperti evidenzia come l’associazione neve-fiori di ciliegio sia presente anche in questo capolavoro: “È nell’apoteosi del V atto che finalmente i fiori di ciliegio appaiono, anche se accompagnati al candore della neve non ancora sciolta sui monti. Nel corso del lungo e strenuo combattimento tra Tadanobu e Kakuhan-Noritsune i tronchi, i rami del ciliegio sono descritti più volte ma, sin dall’allegoria iniziale, in luogo delle nuvole dei fiori si ricorre all’epiteto ‘tronchi carichi di candida neve nel bianco manto dei monti’ e la similitudine-accostamento con la neve viene poi protratta per tutto l’atto tanto da dare l’impressione della stagione invernale più che della prima primavera.”, B. RUPERTI, “Yoshitsune senbonzakura”, cit., p. 84 (4)E in particolare nei seguenti componimenti poetici: I-6, 7, 9, 60, II-75, VI-323, 324, 330, 331, VII-363. Cfr. Kokin waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, a cura di Sagiyama Ikuko, Milano, Ariele, 2000 (5)SAGIYAMA Ikuko, “Introduzione” a Kokin waka shū, cit., p. 28 (6)Ben esemplificato dal seguente componimento poetico: “Utsusemino yo ni mo nitaru ka hanazakura saku to mishi ma ni katsu chirinikeri. A questo mondo umano/effimero somiglia/il fiore di ciliegio:/lo vedo sbocciare e intanto/ecco, sta già sfiorendo.”, SAGIYAMA Ikuko (a cura di), Kokin waka shū., cit., p. 102 (7) I. MORRIS, “L’apoteosi di Saigō il grande” in La nobiltà della sconfitta, Milano, Guanda, 1983, pp. 255-256 |
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Paolo Taigō SpongiaSensei continua ad approfondire i vari punti 6) Sviluppo dell’atteggiamento mentale, attraverso respiro, sguardo, concentrazione… 7) Heiho, la strategia |
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Il termine buddismo è un’invenzione degli Occidentali che rafforza l’idea di un sistema religioso più che di una rivoluzione fondata sull’esperienza diretta. In questo modo la Via buddihsta è compresa fra le varie fedi e quasi tenuta sotto controllo. Questa visione, se da una parte avvicina i cercatori di fede, delusi dalle istituzioni religiose occidentali, dall’altra allontana tutti coloro che vedono nella Via del Buddha un’istituzione. Tratto dal libro 'vivere Zen' del maestro Tetsugen Serra |
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La seconda metà degli anni ’60 fu anche caratterizzata dalle intense proteste degli studenti giapponesi. A proposito vorrei soffermarmi su alcuni passaggi che, pur non trattando specificatamente della divisa scolastica sailor fuku, sono fondamentali per la comprensione del mondo giovanile giapponese e ci offrono una chiave di lettura riguardo a subcultura e mode che parallelamente si sono sviluppate fino ad oggi.
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| taoismo di Ester bianchi - I Dizionari delle religioni - 2009 - Mondadori Electa Milano |
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Storia
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Le tavole risultano estremamente avvincenti trascinando in un vortice di
sensazioni tattili e visive. Visibili in costante corso di evoluzione o come
opere finite sono capaci di coinvolgere il tempo che si è sedimentato e quello
che ha da venire. Oggetti multitemporali, multidisciplinari tengono le fila dei
millenni senza stratificarsi in un momento preciso; sprigionando impulsi
dinamici creano paesaggi multidimensionali che sorvolano le pareti come
installazioni viventi. I materiali impiegati si producono in scaglie,
aggregazioni, impregnano sedimenti, filamenti, amalgami, oncrezioni, matasse,
rotoli appuntiti, o grovigli che ondeggiando si fanno cortecce, conchiglie,
filamenti. Da ammassi e sovrapposizioni di oggetti escono disegni o intrecci
straordinari che sprigionano molteplici forme di esistenza.
Mescolanze, commistioni materiali, per una modalità di comunicazione
artistica che permette di realizzare la visione contemporanea di quanto natura
e cultura possono produrre in termini di tracce concrete, lasciti, modelli di |
Roma -Michele Modafferiespone fino al 19 luglioallo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243 Dai luoghi dove la natura ha accecato la sensibilità dell’artista lasciando tracce indelebili manifestandosi con colori alterati, inusuali, alla narrazione di tratti di vita nutriti da un’elettrica passione per la comunicazione visiva. |
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