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Per sette secoli il Giappone è stato governato da una casta militare - i bushi ovvero la classe dei samurai - che ha lasciato di fatto all’imperatore una sovranità di tipo sacerdotale. L’abbigliamento da guerra dei samurai è quindi sempre stato considerato, anche in periodo di pace, come un importante segno di comando e di condizione sociale. La necessità di distinzione della casta di potere ha talvolta, a seconda dei periodi storici, prevalso sulla funzione protettiva dell’armatura, portando alla realizzazione di armature dalla bellezza stupefacente, impreziosite da ornamenti di pregevole fattura. |
La tosei gusoku sostituisce la ō-yoroi (letteralmente “grande armatura”) del periodo medioevale, in quanto più agevole in battaglia, ma anche più resistente e confortevole. Concepita per far fronte a una situazione di guerra civile, paradossalmente rimase in voga anche per il successivo periodo di pace, diventando un importante simbolo di status sociale e non più un mezzo di difesa. Lo sfarzo di lacche e legature colorate, l’impiego di bordure e ornamenti cesellati e dorati e la continua ricerca di decori insoliti sono la vera caratteristica delle armature tosei gusoku. |
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Tratto da: TAIKO. I tamburi giapponesi. Tradizione e rinnovamento
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| lo zen e il fagiolino Luca Piatti www.giapponeinitalia.org |
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Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: luca@kottoya.eu
L’allargamento avvenne in Cina, verso la metà del diciassettesimo secolo, quando nell’insegnamento di questa pratica monastica si verificò l’innesto di forti influssi provenienti dalle scuole esoteriche buddiste. Questo provocò il passaggio, dalla Cina in Giappone, di un’ondata di monaci Rinzai, come rifugiati o missionari, i primi in disaccordo e i secondi in accordo con la nuova apertura dottrinale. L’apertura della scuola zen Rinzai cinese verso le scuole esoteriche non incontrò il favore dell’ortodossia Rinzai giapponese e questo modificò la struttura fin lì consolidata, che vedeva due rami principali, il Rinzai e il Sōtō, fondati rispettivamente dai Maestri Eisai (1141-1152) e Dogen (1200-1253). Per ostacolare le dottrine non ortodosse dei monaci cinesi, Ingen fondò, con il sostegno |
dei Tokugawa, la scuola Ōbaku, ancora oggi esistente ma rimasta minoritaria. Questo avvenne tra il 1659 e il 1661 a Kyōto, nel quartiere di Uji, con il tempio Manpuku-ji, situato a sud della città nelle vicinanze del fiume. Questo Tempio divenne il principale della setta Ōbaku e fu sempre retto da monaci cinesi, provenienti dal continente. L’edificio fu costruito con lo stile di un monastero cinese, accendendo la curiosità dei giapponesi con la sua bellezza esotica, aprendo fra i giapponesi una intensa curiosità verso il mondo esterno. Ingen non si limitò a importare in Giappone l’architettura dell’epoca Ming; introdusse, insieme ai suoi discepoli Mokuan Shoto e Sokuhi Nyoitsu, lo stile calligrafico di quell’epoca, che prese il nome di Ōbaku no Sanpitsu, i Tre Pennelli di Ōbaku, formando il gruppo dei tre principali calligrafi della scuola Zen Ōbaku. Ma il fagiolino? Ad Ingen si attribuisce anche l’aver portato i fagiolini per la prima volta in Giappone dalla Cina. Oggi tutti i giapponesi chiamano “ingen” questo tipo di vegetale, ma quasi nessuno sa niente del rapporto con il monaco Zen Ingen o della scuola di Zen da lui trasmessa.
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| kata di P.Taigō Spongia prima parte |
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Estratto dalla conferenza sul Kata di Sensei P.Taigō Spongia tenuta al Tora Kan Dojo durante un recente incontro Bun Bu Ryō Dō. |
Questi elementi sono tutti in misura maggiore o minore presenti in ogni Kata. Poi possiamo suddividere i Kata in Kata di formazione e Kata applicativi, anche se a volte rimane difficile decidere se inserire alcuni kata nell’una o l’altra categoria e stabilire dei confini netti. Nel Goju-Ryu Kata prevalentemente formativi sono i kata definiti anche Heishugata: Kata Sanchin e Kata Tensho. Higaonna Sensei ha affermato: “ allenando costantemente Sanchin e Tensho, si coglie ‘kukuchi’ l’essenza, la chiave, di tutti gli altri kata… quando si vede eseguire un kata superiore si capisce chiaramente se colui che lo esegue allena costantemente Sanchin e Tensho. Senza cogliere il ‘kukuchi’ attraverso Sanchin, il kata è vuoto, magari ha anche una bella forma, ma è ginnastica, non Karate-Dō”1 Il nome Heishugata o Heishu Kata sta a significare che il tanden rimane sempre chiuso durante tutta l’esecuzione del Kata. Ma in entrambi i Kata ci sono elementi tecnici direttamente applicabili al combattimento, in particolare nel Tensho. ![]() L’altra categoria di Kata del Goju-Ryu sono i Kaishugata o Kaishu Kata. Di questa categoria fanno parte: Gekisai dai ichi, Gekisai dai ni, Saifa, Seiyunchin, Shisochin, Sanseru, Sepai, Kururunfa, Sesan, Suparinpei. Anche Suparinpei ad esempio è di difficile collocazione perché lo si può considerare a cavallo delle due categorie. Così anche in molti kaishugata sono presenti elementi formativi. La definizione Kaishugata dà ad intendere che durante l’esecuzione del Kata il tanden si apre e si chiude in relazione al ritmo, al respiro e all’applicazione. A partire dal prossimo numero verranno analizzati i singoli punti elencati.Vediamo di analizzare i singoli punti elencati.1) automatizzazione e perfezionamento del gesto tecnico.Il Kata viene allenato come un’unica sequenza continua e in tal modo si allenano alcune specifiche qualità. Ma il Kata viene esercitato anche ripetendo e perfezionando le singole sequenze. La ripetizione delle singole azioni permette di raffinare e perfezionare qualità di velocità, equilibrio, potenza… necessarie all’efficace applicazione delle tecniche al combattimento. Si varia la simmetria (versione omote e ura) dell’esecuzione, il ritmo, la direzione. Attraverso la ripetizione si lascia che l’intuizione ci porti ad elaborare nuove interpretazioni del gesto. A volte all’ennesima ripetizione, che, come tutte le ripetizioni può sembrare maniacale, apparentemente incomprensibile, sterile, scaturisce una nuova intuizione, nuove sensazioni, che aprono un inatteso orizzonte. L’allenamento delle singole azioni e sequenze ha come naturale integrazione e conseguenza l’allenamento del Bunkai con un partner (bunkai significa proprio, da Bunkai suru,scomporre, smontare, il Kata).2) Studio e perfezionamento della postura/e in relazione allo spazio ed al tempo . La postura è il leit motive, il fondamento dello studio del Kata. La postura è strettamente collegata al respiro ed all’atteggiamento mentale. Rettificando la postura si arriva a rettificare la mente e a permettere all’energia di fluire potentemente. La postura corretta integra il corretto ritmo/profondità del respiro, la verticalità della spina dorsale e del tratto cervicale, lo sguardo e, soprattutto, stabilisce un centro all’azione attraverso la percezione e padronanza del tanden. La postura è indissolubile dalla sua relazione con lo spazio (ma) e con il tempo e ritmo (hyōshi). La postura è corretta nella sua relazione con la specifica situazione spazio/temporale, non esiste una postura corretta a priori, pur conservando alcuni principi fondamentali questa deve essere elastica ed adattabile. La postura fisica è sempre anche una postura mentale. E’ non irrigidirsi, non bloccarsi in nessuna postura rigida. Tutta la confusione del mondo deriva da questo ‘assumere una posizione rigida nei confronti della realtà’. La postura come detto integra molteplici aspetti fisici e mentali ed è questo che non ha capito una certa medicina ortopedica che ha pensato di correggere i paramorfismi intervenendo solo sulla struttura scheletrica e muscolare, come dire, intervenendo dall’esterno. Mentre si deve trattare di una rieducazione globale che faccia sì che ognuno trovi la sua propria postura in base alle proprie caratteristiche. 1: Note personali dell’Autore Higaonna Sensei in Suparinpei ![]() |
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| Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it Gli spiriti dei morti scontenti, fonte potenziale e temibile di disastri per la società, sono di tre tipi:
Chi sono dunque i goryō e da cosa risulta la loro devianza? Lo spiega Herbert Plutschow: “Gli spiriti maligni venivano considerati come il risultato di specifiche circostanze che circondavano la morte di una persona. [...] Fra queste circostanze innaturali, si possono considerare come più potenti le ambizioni politiche frustrate, il rifiuto di diritti politici ereditati, la gelosia o dispute di ogni genere, la morte lontano da casa (durante un viaggio o in esilio), l’inumazione impropria o l’abbandono del cadavere. La morte causata dall’ingiustizia, per esempio quella di vittime innocenti o di intrighi politici, può essere aggiunta a questo elenco.”(1) |
Questi spiriti pericolosi, quindi, sono in preda ad un sentimento dalla forte connotazione negativa, urami, cioè odio, rancore, astio, che li tiene ancora legati al mondo dei viventi che essi minacciano attraverso tatari, cioè persecuzioni, cattiva fortuna, vendetta. Questi spiriti che rappresentano un pericolo non solo per gli individui, ma per l’intera nazione, devono perciò essere pacificati, aiutati a staccarsi da questo mondo attraverso una serie di riti collettivi e individuali cui è deputato, nel panorama religioso giapponese, il buddhismo. Questi riti hanno il potere di eliminare la minaccia del tatari e, al tempo stesso, di trasformare lo spirito inquieto in entità benevola e protettrice. (2) Massimo RAVERI, Itinerari nel sacro. L’esperienza religiosa giapponese, Venezia, Cafoscarina, 1986, pp. 189-190. (3) Massimo RAVERI, Itinerari nel sacro, cit., pp. 193-194. (4) Per una panoramica esaustiva di tali leggende si rimanda a: KIKUCHI Makoto, “La leggenda di Tenjin nell’Ōkagami” in Aistugia, Atti del XXVIII convegno di studi sul Giappone, Venezia, Cartotecnica Veneziana Editrice, 2005, pp. 103-114. Si veda anche: M. PINGUET, La morte volontaria in Giappone, Milano, Garzanti, 1985, pp. 96-100. (5) Andrew GERSTLE, The Tragic Hero in Japanese Traditional Popular Drama, Venezia, Università Ca’ Foscari, 1998 p. 16. |
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poesie ZEN |
nuvole e carpe |
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Mille e cinquecento anni di storia e di poesia rivivono in un’antologia che, dagli antichi maestri cinesi e giapponesi fino agli autori contemporanei, ospita un Estremo Oriente affascinante e sconosciuto. I maestri dello Zen, nato nell’antica Cina della dinastia T’ang come prodotto del Buddismo e del Taoismo, furono monaci o laici e, sebbene anche poeti, s’imposero innanzitutto come guide di una disciplina di rigorosa ispirazione filosofica e religiosa.
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Nei monasteri zen la vita inizia di mattino molto presto, alle tre o alle quattro a seconda che sia estate o inverno. Dopo il rito del lavarsi, i monaci si siedono nel primo Zazen del giorno per circa un’ora e recitano i Sutra del mattino. La colazione, che si chiama Shukuza, è |
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Milano - Yoshi Nagasaka - Fiorifino al 13 marzo allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1 Dai paesaggi urbani e lacustri, generalmente immersi nel verde arboreo o nel chiaro, trasparente, delle acque, con un uso preponderante del colore bianco latteo, risposta ad un’esigenza pittorica di invenzione e di creazione di spazi di profondita’, all’attualita’ di questa mostra dove l’attenzione dell’artista si rivolge esclusivamente alla natura, ai fiori in particolare. L’arte pittorica, che rilascia un labile confine tra realta’ e creazione manuale, rivive qui in un cespuglio, in un mazzo di fiori, in un gap tra l’esistenza di qualcosa e la sensazione della sua rappresentazione. Questo stacco, per lo meno commune a tutta quanta la pittura figurativa, risente del particolare vissuto di quest’artista, sottilmente culturalmente contaminato da un passato e da un presente tra occidente e oriente. Quando le stagioni culminano, toccando il loro punto di massima espressione, energia e calore, silenzio e riparo, rinascita e florescenza, o di passaggio dalla vita alla cadura, il pittore da corpo alle sue meditazioni artistiche: e’ l’ultima rosa, l’azalea, la camellia, e’ il canneto sul lago maggiore, il cespuglio di rose, e’ il ciclamino, la gardenia, e’ l’iris nel prato, il papavero, il rododendro, e’ la margherita al sole e il lilium. Non sono pero’ mere riproduzioni della natura perche’, pur non sconvolgendone contorni e linee, i fiori, colti e posti nel luogo altro della tela creano, nei limiti delle possibilita’ della pittura, una live action, diventando modelli per una fiaba o per un fumetto. Una sensibilita’ artistica che con i bianchi, i viola, i verdi, i neri, i grigi delle corolle, restituisce sensazioni di incanto, pace, meditazione, commozioni e lividi silenzi. Tra realismo e romanticismo cerca un’armonia formale fredda e melanconica esprimendo, talvolta, visioni leggermente rarefatte, sospese in un vuoto riempito da una natura che si inventa in forme di immagini stilizzate.
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Roma - Ornella Gangemi
![]() espone dal 6 gennaio al 1° marzo allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243 Ad una prima analisi dei suoi quadri, in olii ed acrilici, pare prevalere un sentimento informale, soprattutto la’ dove le tinte si disperdono o si ammassano senza propriamente dare imagine chiara e distinta a cose o persone. In realta’ questa sarebbe un’analisi riduttiva perche’ l’artista, non lasciandosi sopraffare da un’unico stile, elabora una sua personale via pittorica; ogni quadro da vita a note dipinte astratte e, nondimeno, a tratti, figurative. Si noti che non si tratta di una giustapposizione casuale tra differenti generi ma di un gioco di abilita’ creative. La piu’ immediata e’ estetica, con miscugli di colori effervescenti e ben equilibrate, poi pero’ questo valore mostra altro, un contenuto ideale. La pittrice infatti, facendo dialogare i diversi, crea un circuito, delle aperture, tali per cui emerge la possibilita’ di intravedere andando con lo sguardo al di la’ della composizione, riscontrando la presenza di altre immagini all’interno dello stesso quadro. Si puo’ cosi’ parlare non di una sola tavola ma di piu’ tele, livelli o piani, e, come di fronte ad un palcoscenico teatrale, di piu’ scenari. Atmosfere rarefatte lasciano il passo a spazi di profonda intensita’ al punto che la superficie genera delle increspature, dei luoghi planetari. E’ il caso di una tela i cui colori, strepitosi e intensi, vanno dal nero al blu al viola fino ad un punto che e’ un impasto di giallo e rosso, a ricordare uno stato di sconvolgimento spaziale: una nube primordiale ai cui lati si osserva una nascita, un moto di creazione, sottolineato con la forza di un bianco luminoso in frecce di luce che schizzano all’esterno. Un’altro quadro, ottima combinazione di informale e astratto, trova al centro un mosaico fatto con pezzi simili a vetri rotti o schegge; il tutto e’ disposto simmetricamente in quadrati di quattro elementi, mentre lateralmente i colori si fanno sempre piu’ scuri e bruciati scomparendo ogni figura e restando soltando sfumature abilmente mescolate. Quelle create dale sue tele sono delle nuove dimensioni dettate da una crescente potenza immaginifica e da un processo di ricerca che amalgama febbrili sentimenti istintivi e razionali.
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