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KODOMO-E si ringrazia www.nipponica.it |
L’anno del Bufalo Giallo (o di terra) 26.01.2009-13.02.2010 Fabio Smolari White Snake www.serpentebianco.org |
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Tra il 17 ottobre 2008 e l'11 gennaio 2009 si è tenuta, presso il Museo Civico Archeologico di Bologna l’esposizione Estro e Splendore. Stampe giapponesi del XIX secolo. Mostra della collezione Contini. La mostra, suddivisa in sei sezioni in cui figuravano complessivamente 159 opere, ha proposto, per la prima volta in Italia, 20 bellissimi esemplari di stampe per l’infanzia (kodomo-e), a conclusione di un percorso espositivo ritmato, tra l’altro, dalla presenza di rare stampe di Osaka e da opere di Utagawa Kunisada (1786-1865), Kuniyoshi (1797-1861) e Hiroshige (1797-1858). Fu a partire dal tardo periodo Edo (1603-1867), quando ai figli dei chōnin (lett. cittadini), la nuova classe emergente, composta perlopiù da artigiani, piccoli imprenditori e mercanti, fu riconosciuto un ruolo importante non solo nell’ambito familiare ma anche all’interno della struttura sociale, che nacque in Giappone una cultura artistica e letteraria destinata ad un pubblico infantile.
Un’ampia produzione xilografica e libraria specialistica si diffuse rapidamente documentando, come una sorta di immensa enciclopedia illustrata, le esperienze quotidiane dei bambini.
’intrattenimento di un pubblico composto da grandi e piccini, ma anche quelle destinate ad uso e consumo dei più piccoli, vale a dire ideate esclusivamente per il divertimento e l’istruzione infantile. Più precisamente l’espressione kodomo-e indica una delle tre grandi categorie sotto cui sono raggruppate le stampe che implicano un qualsiasi riferimento al mondo dell’infanzia. La prima di queste categorie comprende le oyako-e, immagini in cui i bambini sono ritratti in compagnia delle loro madri nelle tipiche attività di tutti i giorni: mentre mangiano, fanno il bagno, etc. La seconda categoria, quella delle kodomo-e, include stampe in cui gli unici protagonisti sono i bambini. Immagini di questo tipo testimoniano, tra l’altro, la varietà dei giochi praticati dai bambini del periodo Edo, e il vasto repertorio di giocattoli di cui potevano disporre. La terza categoria, le omocha-e (immagini-gioco), cui appartengono le stampe per l’infanzia esposte in mostra, si differenzia dalle prime due in quanto designa stampe non destinate alla contemplazione, ma prodotte e utilizzate per il divertimento e l’apprendimento dei più piccoli. Si tratta di fogli realizzati per essere ritagliati, incollati e trasformati talvolta in bamboline, lottatori di sumō, eroi popolari, talaltra in carte da gioco o in libri e rotoli (emakimono) in miniatura. Oltre ad un’ampia gamma di manuali scolastici, durante l’epoca Edo l’insegnamento era supportato dall’utilizzo di numerose stampe pedagogiche che, attraverso l’uso di colori sgargianti e composizioni accattivanti, rendevano più piacevole l’apprendimento soddisfacendo le infinite curiosità dei bambini. Vi erano stampe ideate per facilitare lo studio dell’abbecedario o per imparare a conoscere il valore dei diversi tipi di monete e banconote. Le monozukushi-e, le così dette stampe enciclopediche, raffiguranti sulla superficie dello stesso foglio innumerevoli esempi di una tipologia di oggetto o di specie vegetali o animali, contribuivano ad arricchire il vocabolario dei bambini. La forte tiratura di kodomo-e pubblicate nel tardo periodo Edo fu resa possibile grazie ai bassi costi del procedimento di stampa su legno, che consentiva di produrre grandi quantità di fogli e rivenderli a prezzi modici. Il successo ottenuto e l’elevato numero di richieste attirarono l’attenzione di molti artisti ukiyo-e, tra cui Hokusai, Hiroshige, Kuniyoshi, che si dilettarono nella creazione di composizioni originali. Sebbene si tratti di fogli-gioco, destinati a durare, nella maggior parte dei casi, solo poche ore, questi artisti non si risparmiarono nella cura dei dettagli e nello studio degli accostamenti di colore. È un vero miracolo se un esiguo numero di omocha-e sia scampato all’insaziabile brama dei bambini e alla frenesia dei loro genitori di accontentarli in ogni modo. Non lasciatevi sfuggire l’occasione di ammirare la loro policromia e la magia che sprigionano. Manuela Moscatiello |
Il prossimo 26 gennaio, con la nuova lunazione, l’anno del Topo lascerà il posto a quello del Bufalo (o bue, che dir si voglia) e tutti ci chiediamo cosa vorrà dire per le nostre piccole esistenze.Ma l’astrologia, come tutte le attività cinesi, è una “scienza” complessa e per conoscere il responso degli astri è necessario rapportare le situazione stellare contingente alla propria, attraverso un’articolata valutazione delle stelle della fortuna (e della sf….ortuna), secondo il meccanismo dei 5 Agenti, dei 10 Tronchi Celesti, dei 12 Rami Terrestri, dello yin e dello yang, ecc. Insomma gli indovini cinesi devono pure giustificare la parcella! A proposito, memori della passata predizione, che vedeva un anno del Topo economicamente fortunato, oggi non osano essere troppo ottimisti e predicono un anno del Bufalo prudente e irto di insidiose difficoltà, come dire: Wall Street influenza anche le stelle.Il bufalo è un simbolo molto presente nella tradizione cinese: è la forza, la mansuetudine, la solidità, l’affidabilità, è il compagno inseparabile dell’uomo nella coltivazione dei campi. Nella Cina neolitica era venerato dalle popolazioni del sudovest. Un mito antico racconta della sanguinosa battaglia tra l’Imperatore Giallo e la feroce tribù di Chiyou, dalla testa di ferro con corna di bufalo. Laozi, il grande saggio taoista, lasciò il mondo diretto ad Occidente sul dorso di un bufalo e sempre sul dorso del bufalo suona il flauto un giovane contadino.Il bufalo è stabile e costante, ma non è diplomatico, anzi, è piuttosto iracondo e talvolta irrazionale e quando s’infiamma diventa un toro scatenato. E’ il caso di Li Kui, detto Bufalo di Ferro, uno dei 108 briganti di Liangshanbo, un gigante nero e ottuso con il brutto vizio di sbrindellare gente a destra e a manca con le sue due affilate asce.Ma torniamo al Capodanno Cinese. Pare cosa da poco, ma per i cinesi questo Capodanno presenta un bel problema: come augurare Buon Anno del Bufalo? Infatti la parola “bufalo/bue” (牛 niu) ha un utilizzo poco elegante nel linguaggio corrente. In senso positivo, vuol dire “fico, ganzo”, in senso negativo “goffo, grezzo, stupido, villano”. In entrambi i casi si tratta di espressioni gergali un po’ fortine, per nulla adatte ad essere inserite in un augurio.Cosa consigliano allora gli esperti? Sul piano dell’etichetta di evitare la parola “bufalo” e sostituirla con altre formule più generali, adatte ad ogni situazione. Sul piano astrale di mantenersi prudenti, solidi e tenaci, sicuri che le qualità del bufalo porteranno così coronamento alle imprese. Infine, nel ciclo zodiacale il bufalo è considerato yin, femminile, e anche l’elemento ciclico dell’anno entrante, cioè la terra, è yin, femminile. A maggior ragione sono dunque favorite le opere di consolidamento.Ah dimenticavo… il presidente eletto Barack Obama è del segno del bufalo!
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Come scegliere la forma del vaso rispetto al disegno del bonsai? Cosa guida la scelta al momento del trapianto? In giapponese si chiama hachi-utsuri l’armonia tra pianta e vaso. Regole e principi non portano necessariamente ad una buona scelta, ma possono essere d’aiuto come punto di partenza per una valutazione più ampia e complessa. Esemplari a tronco eretto Esemplari a tronco sinuoso Esemplari a tronco inclinato o spazzato dal vento |
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LA MUSICA NEL PERIODO KOFUN E LA PREPARAZIONE PER IL NUOVO STATO GIAPPONESE
Edmondo Filippini - www.giapponeinitalia.com |
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Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) possono contattare l'autore al seguente indirizzo: filippiniedmondo@yahoo.co.jp |
Nonostante la loro qualità storica sorpassi nettamente la qualità artistica, soprattutto se messa in raffronto alla coeva tecnica cinese di modellazione della terra cotta, di queste statue sono sopravvissute sino ai giorni nostri un centinaio di guerrieri, che rappresentano sicuramente la categoria più cospicua ed un numero esiguo di suonatori e danzatori. Bibliografia |
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Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it
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Poi si entra nell’acqua calda della vasca, che è un utero rigeneratore, e si rinasce. Tutta la famiglia nella stessa acqua, a volte insieme (genitori e figli, nonni e nipoti) a segnare la sostanziale unità della famiglia nell’atto generativo. Rinascendo così, i membri della famiglia annullano i cambiamenti che il mondo esterno aveva imposto ai loro corpi, e tornano ad essere i se stessi dell’origine. Si capisce così che non è normale fare l’ofuro di mattina: i sentō aprono sempre a metà del pomeriggio; e l’ospite che volesse lavarsi appena alzato per prepararsi a lasciare la casa offenderebbe la famiglia. In termini simili si possono spiegare i bagni alle terme onsen. Il turismo termale è un viaggio per spogliarsi delle convenzioni, delle maschere imposte dalla vita cittadina e ritrovare il sé vero delle origini. L’acqua termale, anche se incanalata e sufficientemente ‘addomesticata’, permette questa trasfigurazione più radicale perché proviene dal ventre della montagna e le sue vasche, di pietra o ricavate da pozze naturali, riproducono le forme dell’utero di roccia.”(2) (1) Cfr YOSHIE Akio, “Éviter la souillure. Le processus de civilisation dans le Japon ancien” , in Annales HSS, mars-avril 1995, pp. 283-306
(2) IKEGAMI Eiko, The Taming of Samurai, Honorific Individualism and the Making of Modern Japan, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1997 (1a ed. 1990), p. 114. |
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| ZEN Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "il Cerchio" L'INTERVALLO |
FATTI DI TERRA Maestro Fausto Taiten Guareschi Casadeilibri Editore |
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Molte persone non possono recarsi a casa durante l’intervallo lavorativo e consumano il pasto in mensa o al bar: anche questo momento è ottimo se si vuole praticare Zen. La pausa pranzo è un momento che possiamo vivere pienamente anche in una situazione caotica come quella di un bar. Quando entriamo nel locale, ci rendiamo subito conto del rumore e della confusione. La prima reazione è quella di rimanere infastiditi da questa situazione, di rifiutarla o di viverla con sopportazione. Pensare che si possa praticare Zen solo in un Dojo o nel silenzio della meditazione è frutto della nostra mente discriminante che separa, divide tutto in giusto o sbagliato. Anche nei momenti di grande caos, il nostro spirito deve rimanere imperturbato, la mente deve mantenere la consapevolezza della situazione e di ogni gesto che facciamo. Osservando le persone che si agitano, parlano ad alta voce, mangiano senza nemmeno accorgersi di ciò che fanno, rimaniamo tranquilli e ordiniamo il nostro piatto. Quando mangiamo, facciamolo con calma, cerchiamo di assaporare il cibo. Non importa se non è il massimo di ciò che vorremmo mangiare: le circostanze della nostra vita ci portano a vivere quel momento, che pertanto non va rifiutato. Se siamo con i colleghi, scambiamo pure due calme parole, non chiudiamoci nel mutismo, non isoliamoci per proteggerci; giusto o sbagliato che sia, quel momento di confusione è solo apparente: se teniamo la mente tranquilla dentro di noi la calma regnerà. Un bar non è certo il luogo dello Zazen, ma è il luogo della nostra vita per quel momento e come tale va vissuto al meglio. Mantenendo sempre questo atteggiamento, non solo faremo riposare la mente e il corpo dalle fatiche del lavoro, ma impareremo a non rifiutare nulla. Anche quando ci troviamo in situazioni difficili, anche quando esternamente le condizioni sembrano sfavorevoli alla tranquillità della consapevolezza, cerchiamo di trasformarle in ottimo nettare per la vita. Dopo mangiato, se possibile, facciamo quattro passi come meditazione camminata, respiriamo e osserviamo il mondo che si muove, che pulsa, che corre. Molte persone si agitano tutto il giorno con poca consapevolezza, ma sono pur sempre parte di questo grande universo che siamo noi. Ricordiamoci che la compassione è il sentimento più importante da esprimere; non rifiutiamo chi non vive come noi, che tentiamo di vivere con attenzione e riempire ogni momento di vita. Riteniamoci invece fortunati di aver intrapreso questo cammino: il nostro stare nel mondo sarà di esempio e di aiuto a molti. Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra |
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Milano - Giusi Moscaespone dal 17 gennaio al 13 febbraio allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1 Mescola con raffinata tecnica compositiva figurazione e astrazione. Quadri come ‘fronde’ ‘giove’ ‘okiya’ usano un linguaggio vicino alla sensibilita’ orientale condividendone significati oltre che i tratti estetici. Ogni lavoro si apre a differenti pensabilita’. Il mondo e’ quello dei fiori, dei salici, delle fronde, delle citta’ dei fiori. I colori tenui, poco appariscenti, cambiano di tela in tela come il variare delle stagioni. Questo dato e’ di particolare interesse perche’ le tele si fondano sull’idea di cambiamento e, con la stessa grazia dei fiori, vivono una loro propria motilita’ interna che le rende fluttuanti e disponibili all’esperienza dell’incanto. Il suo studio pittorico della bellezza si pone cosi’ un duplice obiettivo: rappresentare la corporeita’ della natura e trascenderla. Cio’ coinvolge la dimensione astratta della sua produzione pittorica ed e’ nondimeno rilevabile considerando la scelta dei suoi soggetti floreali. Rappresenta infatti tutto cio’ che in natura ha un aspetto delicato e con caratteristiche poco percepibili ad un primo sguardo. Lo spirituale astratto non e’ infatti qualcosa che si coglie immediatamente ma che piuttosto richiede ricerca e attenzione. Il fatto che in oriente alcuni fiori siano utilizzati come decorazioni personali diventa per lei prestesto per spostare il siginificato della sua produzione dalla natura alla cultura. Raccoglie la liberta’ di movimento della natura come specchio della liberta’ del pensiero e della vita; le sue forme, le sue linee, diventano tracce, contorni, conformazioni, modelli, di comportamenti, di condotte, di vita e di pensiero. Le sue opere si costruiscono al di la’ delle parole, guidate dall’intuizione dei movimenti, dai moti delle arborescenze, dalla libera proliferazione dei colori. Con accenti orientali sottolinea la bellezza delle armonie attraverso disegni ondulanti che, come nel quadro ‘okiya’ rievocano un sotterraneo, un retroscena culturale che appartiene al mondo giapponese. I suoi quadri riflettono una vita emozionale intensa e sono un veicolo per esprimere stati vitali, sismografie interiori. .
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Roma - Stefano Bolcato
![]() espone dal 6 gennaio al 1° febbraio allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243 Un realismo calamitante del perfetto estetico, sottolineato da tele spesso di dimensioni perfettamente aderenti all’esterno, in cui prevalgono tagli e contorni netti, colori forti e vibranti. I suoi quadri si aprono come finestre sul mondo e sono sia un luogo per la memoria, quella del pittore che per questo suo secondo filone trae spunto da uno dei suoi giochi preferiti durante l’ infanzia, sia un modo per fornire nuovi spazi all’osservazione. Per questa non semplice operazione estetica sceglie il gioco come base di partenza. Il gioco e’ infatti uno dei luoghi attraverso cui le persone imparano a percepire il mondo; la prima vita vera e’ tutta nelle mani della bambina e del bambino che attraverso gli oggetti preferiti toccano realmente l’esterno pur rimanendo in un ambito in cui prevale una proiezione della realta’ filtrata dalla fantasia e dal sogno. La figurazione realistica mantiene anche qui uno dei suo tratti distintivi riportando quanto piu’ fedelmente possibile la realta’ esterna e i suoi accadimenti senza alcuna implicazione emotiva. Le faremo sapere, Miracle on demand, Saluti e baci, Bus station, Un'ultima cosa, Mugambi, Google earth, Accordo, che sono alcuni dei suoi titoli, narrano situzioni differenti pur essendo accomunati da una fondamentale uguaglianza. La realta’ e’ apparentemente appiattita, ogni soggetto veste le medesime sembianze a prescidere dai contenuti della scena, lieti o tristi. L’artista registra in questo caso quello che probabilmente e’ uno status quo della societa’; non tanto il nichilismo ma l’annilichimento, ovvero la tendenza ad appiattire, ad annullare le differenze, a pensare in comune rimanendo in superficie, a rimanere ‘nel nostro piccolo’, osservando in uno stato di quasi assenza di stimoli per l’approfondimento, il passaggio di un esistente che ci appare non altro che come somma quasi indistinta di notizie. La risposta di quest’artista e’ dunque di inquietante interesse. Trasferendo su grande schermo un insieme di situazioni recuperate dalla comunicazione quotidiana da una risposta provocatoria per un’indagine che permetta di guardare al di la’ del nostro piccolo. . |
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