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Federazione Italiana Scuole Marziali Multidisciplinari |
NOTE Abura la traduzione letterale dal giapponese è olio, indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.
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Credenze antiche e pratiche rituali persistenti nel Giappone contemporaneo seconda parte
Rossella Marangoni Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it |
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La presenza ingombrante di queste credenze di cui forse oggi ci si vergogna un po’, ma che non si può evitare di seguire, è ascrivibile all’apporto delle dottrine taoiste giunte in Giappone all’epoca della massima sinizzazione (fra il VI e l’VIII secolo) e confluite nel mare magnum dei culti shintō. Si tratta di credenze cui il giapponese medio non sembra voler sottrarsi, ma che non vede in contrapposizione con una razionalità che è data dalla diffusione degli studi scientifici, o dalla tecnologia più sviluppata. Semplicemente i due aspetti convivono in un brodo di coltura favorevole, dato dalla consapevolezza di questa contiguità con il sacro, di questa accettazione della presenza dell’irrazionale e del fantastico nella realtà, che molti aspetti della vita e delle espressioni artistiche e performative nipponiche rivelano. Ma questa simultaneità ontologica con il divino ben espressa dalle concezioni shintō si rivela in un’altra manifestazione della persistenza degli antichi culti nella quotidianità del Giappone contemporaneo: è l’aspetto magico-sciamanico ancora osservabile nella regione del Tōhoku (Giappone nordorientale), come nelle isole Ryūkyū e a Okinawa (Giappone sudoccidentale). Infatti, come afferma Raveri : “L’uomo può percepire il divino ma non per via razionale, quanto piuttosto con un processo intuitivo ed emozionale. Spesso i kami si manifestano spontaneamente agli uomini nei sogni o in misteriose presenze e strani mostri incontrati nella foresta. Un tempo, durante il rito, possedevano il corpo di una medium e nella notte, alla luce delle torce, essa danzava stringendo lo specchio sacro e, roteando su se stessa, divinamente ispirata comunicava il volere del dio. Oggi la miko è una giovane donna del santuario che, composta e solenne, esegue la danza kagura durante i riti comunitari.”(1) Il ricorso a figure sciamaniche (soprattutto femminili) in grado di trasmettere i messaggi dei kami è antico. In Giappone erano le sacerdotesse dei santuari shintō, le miko, o personaggi liminari di indovine cieche, nel nord del Giappone (le itako) che, attraverso le trance e la possessione, trasmettevano alla comunità rurale in attesa le previsioni per il raccolto o per l’andamento complessivo dei lavori agricoli.
Le miko furono le vere artefici di quel sincretismo magico che si diffuse fra la popolazione giapponese nel corso dei secoli. Poi, con l’influenza del buddhismo le esperienze estatiche vennero via via espulse dai santuari e divennero un fenomeno marginale, ma non scomparvero mai totalmente. Lo studioso Sasaki Kokan afferma che in Giappone vi sono generi particolari di possessione spiritica, con e senza la presenza di trance. Attraverso queste possessioni il divino manifesta la propria volontà: direttamente, penetrando in una persona e parlando per bocca di lei ma in prima persona (medium); o influenzando una persona che potrebbe parlare in seconda persona, con le sue stesse parole ma in conformità con le ispirazioni inviate dallo spirito (profeta). |
In Giappone si osservano entrambi questi tipi di possessione, ma quello che interessa, per individuare il significato socio-culturale dell’iniziazione sciamanica, è la natura della chiamata divina. Sintomi fisici (come perdita di peso, inappetenza, insonnia) si accompagnano a disturbi mentali, come allucinazioni, visioni, sogni, incubi: da ciò la famiglia del posseduto deduce che si tratta di kamidari, una forma di possessione spiritica che indica che la vittima è stata soggiogata da kami e spiriti. Chi viene preso dal kamidari? Sasaki spiega: “Coloro che hanno sofferto del kamidari, hanno sperimentato qualche dolore critico precocemente, come una morte improvvisa in famiglia, il divorzio, l’incostanza del marito, un improvviso cambio di ambiente, povertà estrema, fallimento, malattia prolungata o una cattiva salute di causa sconosciuta. Individui suscettibili, impotenti nella loro angoscia, incominceranno gradualmente a mostrare sintomi del kamidari. I giapponesi spesso credono che la buona e la cattiva sorte sia in qualche modo legata al mondo del soprannaturale; perciò può essere abbastanza facile, per chi attraversa un momento di avversità, attribuire la propria condizione a cause soprannaturali. Il kamidari è talvolta chiamato kamigurui, ‘follia divina’. Così, resa folle dagli dei e dagli spiriti, una persona in difficoltà sarà capace di riadattarsi alla società senza essere considerata pazza in termini laici. Generalmente parlando, la possessione spiritica ha l’importante funzione di dissolvere la frustrazione personale e, allo stesso tempo, di mantenere l’ordine sociale.”(2) Questo dal punto di vista soggettivo di colui che è posseduto. Ma un’ulteriore funzione sociale va attribuita all’aspetto sciamanico della concezione del sacro autoctona nipponica, ed è quella che Sasaki spiega nel modo seguente: “Nella vita giapponese attuale è ancora viva la fede nella possessione spiritica, sia in termini astratti sia in termini concreti. I giapponesi visitano pubblicamente i templi buddhisti e i santuari shintoisti ma, allo stesso tempo, visitano privatamente medium per ottenere informazioni divine riguardo ai problemi delle loro vite quotidiane. Alcune persone dicono persino che, mentre il buddhismo e lo shintoismo sono le religioni omote, ‘di facciata’, la possessione spiritica e lo sciamanesimo restano le religioni ura, ‘dell’intimo’. In realtà le due sfere sono complementari in molte situazioni.”(3) È evidente che l’aspetto magico-sciamanico dell’esperienza del sacro giapponese richiama a una pluralità di aspetti impossibili da considerare qui.(4) Vale però la pena di sottolineare la connessione fra sciamanesimo e culto dei morti. Le sciamane, infatti, oltre a parlare per conto dei kami che le possiedono, avevano e hanno ancora il ruolo di evocare lo spirito dei defunti, di mettere in connessione il mondo della nostra esperienza e la “dimensione altra”, quel mondo che l’immaginazione dei vivi riempie di creature inquietanti: poteri divini, spiriti amichevoli e vendicativi e strani spiriti animali che si ritiene influenzino la condizione esistenziale umana. Articoleremo più avanti meglio questa necessità di interagire con gli spiriti dei morti. continua NOTE |
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| IL PERSONALE AZIENDALE IN GIAPPONE Dalla categoria "cane" alla categoria "gatto" Rosario Manisera Articolo apparso sulla rivista "Quaderni di Management" |
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“15 anni perduti” del Giappone hanno provocato un lento ma profondo cambiamento nella mentalità, nel comportamento e nei valori di riferimento delle risorse umane delle aziende. Il management deve adeguarsi. La crisi finanziaria degli inizi degli anni ’90 e successivamente la stagnazione e recessione economica del decennio seguente hanno costretto il Giappone a una profonda riflessione critica sul proprio passato e sulla strada da imboccare per il futuro. Attualmente la società giapponese si trova di fronte a sfide inedite (fig. 1)
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Tra le quattro categorie di stakeholder – azionisti, società civile, clienti, dipendenti - a cui deve rendere conto ogni azienda, sono le risorse umane che in Giappone hanno avuto i cambiamenti più rilevanti. Il personale delle aziende, che costituisce il loro patrimonio più importante, è l’elemento che è stato maggiormente influenzato dai fenomeni tipici della fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale. I giapponesi sono ora 127 milioni: secondo le più recenti proiezioni questo dato evidenzia il picco della popolazione. Questa d’ora in poi tenderà a diminuire e gradualmente a invecchiare. Secondo il Ministero degli affari interni e delle comunicazioni, nel 2040 i giapponesi fino a 14 anni saranno il 9,3% della popolazione mentre quelli sopra i 65 anni saranno il 36,7%. La forza lavoro tenderà a diminuire e la generazione di coloro che hanno portato il Giappone ad essere la seconda potenza economica mondiale si avvia verso il pensionamento. In questa situazione, i dipendenti aziendali tradizionali, caratterizzati da una mentalità e uno stile da “cane”, secondo una colorita espressione di uno studio dell’Istituto di Ricerca Nomura, cedono il passo ai dipendenti il cui animale di riferimento è il “gatto”. I tipi “cane” hanno caratteristiche del tutto diverse da quelle dei tipi “gatto” (fig. 3). Nell’epoca di produzioni di grandi serie, a forte intensità impiantistica, la categoria canina ha contribuito in modo determinante, con la propria fedeltà e obbedienza all’azienda, allo sviluppo del paese e all’aumento della produttività. In questo modo ha svolto con efficacia la propria funzione generando valore per sé, l’azienda e la società. In un’epoca, invece, che fa riferimento alla conoscenza ed è caratterizzata dalla creazione di conoscenze, sono importanti coloro che individualmente sono capaci di generare valore. È importante, in questo periodo, sviluppare e generare prodotti e servizi competitivi, migliorandoli costantemente. Per questo motivo la nostra è l’epoca che genera tipi gatto e le aziende hanno bisogno di persone che abbiano caratteristiche da gatto. Si tratta di una conversione progressiva, a tutti i livelli, dei dipendenti aziendali in “gatti”, anche se per un tipo cane a volte è difficile trasformarsi in gatto e, comunque, questa metamorfosi richiede tempo. Intanto le due categorie di persone coesistono nelle stesse aziende - aziende che a loro volta si potrebbero classificare in aziende con caratteristiche canine (le grandi aziende tradizionali) e in aziende con caratteristiche gattesche (nuove aziende di IT, aziende di consulenza, fondi di investimento…). |
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| ZEN Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "il Cerchio" |
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| L’ESSERE UMANO COME UN LABORATORIO ALCHEMICO La concezione cinese più antica vede l’uomo come un laboratorio alchemico all’interno della natura, il più grande laboratorio alchemico. La materia che costituisce il corpo stesso, la sua parte fisica, è continuamente lavorata e rielaborata in processi e reazioni di natura fisico-chimica, elettrofisiologica ed elettromagnetica che nell’insieme consentono e sviluppano il suo vivere in continua relazione con l’ambiente interno-esterno: questo universo di cui siamo parte. Acqua, aria, terra, fuoco, vento che fa respirare le foreste… gli elementi naturali costruiscono e costituiscono l’essere umano fatto di acqua e fuoco, di aria, di terra e dei frutti della terra: quel mondo vegetale dal quale tutto il ciclo vitale ha origine e trae nutrimento. Non dimentichiamo che i cinesi furono i primi distillatori e che distillare significa ricavare l’essenza. Maestri di alchimia sia sul piano materiale sia sul piano spirituale, gli antichi cinesi vedono il corpo come un laboratorio energetico, un laboratorio alchemico con tre forni di lavorazione e trasformazione della materia grezza in raffinata essenza. In questo laboratorio ci sono tre crogioli o “fornelli”, tre livelli di produzione del calore, di trasformazione dell’energia: il focolare inferiore, il focolare medio e il focolare superiore. Questi tre crogioli, o tre Tan T’ien, lavorano in strettocollegamento fra loro, e l’equilibrio e armonizzazione delle loro funzioni costituisce la possibilità di buona condizione di vita per l’uomo. Il Tan T’ien inferiore (pertinenza della sfera genitale sessuale-spinta vitale), il Tan T’ien mediano (pertinenza della nutrizione e assimilazione, tesaurizzazione e distribuzione), il Tan T’ien superiore (pertinenza della circolazione e respirazione e della elaborazione sottile delle essenze) lavorano in stretto collegamento fra di loro, armonizzando ed equilibrando tutte le altre funzioni vitali. Per operare con le energie sottili e produrre trasformazione alchemica furono sperimentate e codificate tecniche di combinazione respiro e movimento: Qi Gong, Tai Ji e varie tecniche meditative (ad esempio anche tecniche di produzione e circolazione della saliva all’interno di pratiche meditative). Tratto dal libro ZEN SHIATSU del Maestro Tetsugen Serra Fabbri Editori – 2005 |
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Dedicato a Fosco Maraini, principe splendente della cultura giapponese, il libro di Gian Carlo Calza consente di “entrare in un mondo dove eleganza bellezza e stile regnano sovrani sulle vicende descritte”: la società della capitale imperiale Heian (Kyoto) dei secoli IX-XII, un paese chiuso, isolato dal continente asiatico, che contiene un altro paese chiuso, quello della corte, al cui interno si trova il microcosmo delle nyobo, l’élite delle dame. Nel più ovattato di questi scrigni, gineceo dell’aristocrazia, si svolge la storia del principe Genji, luminoso per intelligenza, bellezza, cultura e raffinatezza, l’uomo ideale. A mille anni dalla stesura del Racconto di Genji (Genji monogatari) per opera di una dama di corte ricordata con l’appellativo di Murasaki – lo stesso nome della protagonista della storia – Shikibu, della quale si sa poco, cui si devono però anche una raccolta di poesie e un diario, l’autore introduce il lettore al più importante romanzo della letteratura giapponese classica, quasi totalmente controllata dalle donne che scrivevano in “volgare”, cioè in giapponese – mentre gli uomini dovevano per la massima parte scrivere in cinese.
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Nello spirito della collana dei pesci rossi che conta ormai diversi |
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L’incredibile risultato economico è comunque il frutto del fascino esercitato da Tama che, se realmente non svolge il mestiere di capostazione, senza dubbio svolge quello di maneki neko in carne ed ossa. Un bel rapporto costi/ricavi se consideriamo che lo stipendio di Tama e i suoi assistenti è corrisposto sottoforma di cibo per gatti e talismani per la longevità. |
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Milano - Francesco Sonvicoespone fino al 14 novembre allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1 Tracce, segni, macchie, paesaggi, dal terreno complesso ed animato di una natura vista e sentita come fonte primaria ed essenziale di vita e di riflessione. La natura ritratta nei suoi attimi, brevi o meditati, di esistenza, durante i passaggi vitali del suo essere dinamica all'interno, capace di chiarezza e sregolata fantasia. Una natura che l'artista riproduce con carte sottili sospese a tinte sfumate o stratificate. Procedendo con una pittura a volte frammentaria, altre lineare, coglie esistenze reali e fatti puramente casuali. La natura che si compone e ricompone nei suoi cicli, nei suoi attimi di apparente immobilità, oppure gravitante, vibrante, come semplice espansione di colori, o come processo di polverizzazione. Si vedono macchie, addensamenti e rotture, abbracci e polverizzazioni, si coglie il divenire e l'interruzione dei processi vitali. Si riconoscono le velature e le trasparenze prodotte dalle terre e dai pigmenti marroni e verdi. Sfuma e stende a pennello i colori, mescolandoli con carte sottili e creando effetti simili ad acquarelli. Da alla natura un'anima capace di trasmettere immagini definite, uniformi e chiare nei loro contorni, riconoscibili e riconducibili a qualcosa di già visto circolare nel mondo reale, come il corpo di una farfalla, oppure gioca sugli effetti casuali ottenendo prospettive insolite. Conoscere i segreti di maestra natura, di ciò da cui tutto dipende e a cui tutto si riconduce, di ciò che è magicamente reale, semplicemente e straordinariamente vis vitalis, è l'elettrizzante e ambizioso obiettivo della sua pittura. .
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Roma - Grazia Cicchinè
![]() espone fino al 23 novembre allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243 Presenta una serie di lavori giocati con emblematica finezza sul binomio dualistico tra interiorità individuale ed esteriorità mondana. I suoi oggetti raccolgono la potenza creativa dell'artista traducendola in monito e messaggio universale. Il lavoro "scatola ma(dre) donna nera", realizzata con mezzi scultorei e inserti è, per esempio, evocazione della figura della madonna nera e richiamo all'integrazione delle donne di colore. Le sue tecniche non si basano su velocità, getto e immediatezza, piuttosto prevale la riflessione, la raccolta, la composizione, la meditazione e il raccordo. Utilizza figure circolari, quadrate, rettangolari; si va dalle pitture, ai collage, alle resine, alle terre, fino all'uso di carte, stoffe e fili di ferro. Ottiene risultati sorprendenti quando, grazie alla sovrapposizione di elementi diversi, consegue effetti simili ad ombre e chiaroscuri. Sono immagini che insorgono, sorgono, dai battiti del suo interno, dai moti che la percorrono e che, pur avendo legami con un passato antico, ancestrale e simbolico, hanno tuttavia la forza di esprimere il presente tramite un processo estetico di disvelamento e riconoscimento dei contenuti. Utilizza neri, bianchi, rosati e marroni tesi al rosso, con cuciture interne che ridanno il senso e il significato di ciò che, profondo, intimo, inconfessato, si pone, in controluce, rispetto a ciò che sta e che è esterno. Ogni cosa che utilizza risulta come retroilluminata, come il riflesso di una parola, di un significato e quindi di un linguaggio. Probabilmente la teoria "olistica" del linguaggio è quella che meglio spiega la sua arte. Questo perché la sua ispirazione deriva dal contagio con più oggetti che le stanno intorno, recuperate dal mondo presente o utilizzate nel passato per simboleggiare credenze archetipiche relate al mondo della natura, ai cicli di bene e male, nonché i processi di illuminazione e conoscenza. Il messaggio individuale diviene con lei da immagine-segno grammatica estetica, da composizione privata mezzo per incontrare il sentire e l'essere comune. . |
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