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ABITO DA SERA |
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Nella cinematografia nipponica sono frequenti le opere basate sulla commistione tra il linguaggio cinematografico e quello teatrale, forse proprio a causa del rapporto di filiazione che lega queste due arti, come si è visto. In occidente non mancano esempi di questo tipo,Dopo la prova (1984) di Bergman,L’ultimo metrò di Truffaut o Vanya sulla 42ª strada (1994) di Malle.
Sono però episodi più sporadici. Il teatro kabuki ha trovato molte espressioni al cinema. Una di queste è La ballata di Narayama (Narayama bushikô, 1958) di Kinoshita Keisuke, tratto dal romanzo di Fukazawa Shichirô, storia di un arcaico villaggio di montagna. Il film palesa la sua struttura teatrale già dalla scena iniziale, con un kurogo che batte un gong. E per le scenografie stilizzate, palesemente. Si può vedere solo in Cinemascope, il formato ideale perché ricalca la scena del kabuki. Dallo stesso romanzo è stata realizzata, nel 1983, una versione molto diversa, naturalistica ed estremamente cruda, a opera di Imamura Shohei. Nel mondo del kabuki è ambientato Storia dell’ultimo crisantemo (Zangiku monogatari, 1939) di Mizoguchi Kenji, incentrato sulla carriera di un onnagata, l’ interprete tradizionale di ruoli femminili. Nel film ci sono tre maestose scene teatrali, che si pongono in un rapporto dialettico con la vicenda narrata. Un simile approccio è anche quello di La vendetta di un attore (Yukinojo henge, 1963), remake di un film del 1935, realizzato da Ichikawa Kon, il regista famoso in occidente per L'arpa birmana. Anche qui è protagonista un onnagata, che vuole uccidere tre uomini per vendetta. Memorabile la prima scena teatrale iniziale, dove i fondali si confondono con paesaggi reali, e in cui vengono enunciati i protagonisti del film, che si trovano tra il pubblico. |
…se uno scrittore candidato per ben due volte al Nobel a tanto si riduce, non è tutta colpa del lettore medio. In fondo, questo è ciò che per decenni i mezzi di comunicazione gli hanno fornito …Quasi quarant’anni sono trascorsi dalla sua morte eppure, in un’epoca che fa un generico gran parlare di revisione nonché della corretta acquisizione delle letterature altre, ancora non si avverte come riduttivo circoscrivere tutta una vasta opera di intellettuale e letterato a pochi abusati riferimenti tematici. Quegli stessi temi che, creduti univoci nella materia artistica dello scrittore, si rivelano da decenni facile pretesto di ideologie anacronistiche e spesso deboli in accuratezza filologica e storico-politica. Vero è che, in tali ambienti, forte è l’ostinazione verso un modello sentito come vincente: la genìa mitica dei samurai.
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Credenze antiche e pratiche rituali persistenti nel Giappone contemporaneo prima parte
Rossella Marangoni Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it |
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Pratiche divinatorie e magiche Il sistema di credenze dei Giapponesi in epoca mitologica era basato sulla venerazione della natura, e secondo esso gli dei risiedevano nelle montagne, nei fiumi, nei laghi e nei mari. Questo sistema ha costituito la base per lo sviluppo della solidarietà psicologica tra la gente che dimorava in ciascuna regione dell' arcipelago giapponese. Gli dei erano considerati un punto di riferimento spirituale in cui la comunità regionale era psicologicamente integrata. La tradizione dello shintô ha inconsciamente ereditato fino a oggi la tradizione di costumi e psicologie di quest' età mitologica. Si può riconoscere un'universalità globale nell'analisi psicologica della mitologia, ma sembra estremamente insolito, persino da una prospettiva globale, che una tradizione l'abbia preservata nel periodo contemporaneo, ancora funzionante cioè nella vita quotidiana della gente. (1)
in cambio di una piccola offerta, in occasione dei matsuri feste religiose) o del Capodanno: da tavolette votive diventano così veri e propri talismani che ciascuno porterà a casa con sé. L'acquisto di questi talismani è palesemente una prassi interiorizzata a cui l'individuo si assoggetta ormai inconsciamente. Altre NOTE |
Quando, nel 2615,qualcuno si troverà a passare da queste parti, in visita al Monastero di Fudenji, scorgerà questo cippo, fra gli alberi. E leggerà che è stato posto a dimora nel giugno 2008, in memoria di Chojun Miyagi Sensei, fondatore del Goju-Ryu Karate-Do. Quante volte ci è accaduto di tornare con la mente a tanti secoli prima, immaginando persone, parole, atmosfere di un evento di cui ora abbiamo di fronte una testimonianza fisica. Ma questa volta Pagine Zen era presente, non fisicamente, ma in spirito. E desidera registrare questo momento, nel quale la forza dello Zen si fonde con la forza del Karate; il vuoto del Karate si fonde con il vuoto dello Zen.
Parla Paolo Taigô Spongia Mi sono domandato a lungo cosa dire oggi, in questa occasione.Da principio mi sono preparato a scrivere una nota biografica che richiamasse gli episodi salienti della vita di Miyagi Sensei, dalla pratica con il suo Maestro, ai viaggi in Cina, all'incontro con Jigoro Kano Sensei, ma ho sentito che un mero elenco di date e fatti non sarebbe stato sufficiente per esprimere l'opera di quest'uomo. Ho cominciato dunque col farmi delle domande convinto che in questo modo le parole sarebbero apparse naturalmente. Mi sono chiesto il perché di questa pietra. Perché una pietra che ricordasse Chojun Miyagi Sensei e perché proprio qui a Fudenji, davanti al Maestro Taiten Guareschi. Molti potrebbero pensare ad esempio che poniamo questa pietra al solo fine di onorare la memoria del fondatore della nostra scuola; e potremmo anche aggiungere che la sua solidità rappresenta quella stessa solidità che intendiamo assumere come carattere della nostra pratica. Allo stesso modo però, per uno sconosciuto, potremmo anche porre questa pietra per fare della semplice propaganda. Questa pietra è un simbolo, certo. Anche una insegna stradale lo è: la freccia che ha su scritto PARMA, non è PARMA ma può, tenuto conto del contesto che codifica quel simbolo, ri-mandarci a PARMA. Allo stesso modo trovare quest'insegna sulla strada piuttosto che come elemento decorativo nella camera di un adolescente, alla maniera dei telefilm americani, fa ovviamente differenza. I linguaggi, i codici, ci informano e ci formano, e dunque fanno problema nella vita degli uomini, quali noi ci dichiariamo di essere. Non è mia intenzione dilungarmi ora su questi temi, lo è però richiamare la nostra attenzione sul significato profondo del lasciare un segno, una stele. Questo significato profondo si dovrà rinnovare, ridire, poterlo riesprimere con nuove parole, nuovi segni. La vita di Miyagi Sensei, le nostre vite, vanno ben oltre quel che semplicemente pensiamo ci costituisca o quel che semplicemente riusciamo a vedere di noi. Proprio come questa pietra non sarà più semplicemente una pietra dopo la mia faticosa iscrizione e dopo la benedizione del mio Maestro. C'è dunque un ; come fare, ogni cosa, anche la più piccola, questo fa di noi dei Buddha, di Chojun Miyagi Sensei una figura carismatica, fondatore ed esempio per ogni praticante della nostra scuola. La sua determinazione nel raccogliere e consegnare una tradizione ne fa un Maestro, un Fondatore, appunto, e il nostro esercizio, il nostro sudore nel Dojo diviene a sua volta corpo stesso di questa tradizione che chiamiamo Goju-Ryu. Alla luce di questo possiamo allora commuoverci serenamente nel vederci convenire qui, insieme, su questo fazzoletto di terra! E riflettere su quando abbia veramente avuto inizio il viaggio che ci ha portato qui. Ognuno con la sua differente storia, arrivato per sentieri diversi ma oggi qui, tutti, uniformi nella nostra bella uniforme. Possiamo capire bene allora, che considerare la scelta del tipo di pietra non è affatto secondario; essere a Fudenji non è secondario, significa connotare questo evento di qualcosa di molto vasto, che va oltre una data di nascita o di morte; chiedere al Maestro Taiten di essere presente significa essere garantiti, tutelati nella tradizione fatta di un delicato ; lasciare , e celebrare questa cerimonia, significa anche riconoscersi in una medesima espressione, in nome di qualcosa che ci pertiene, di cui dobbiamo sentirci investiti e di cui, eppure, sappiamo così poco. Bene, infine, potrò ora ribaltare la domanda e chiedere non il perché di questo segno qui, ma piuttosto ; cosa ci facciamo noi qui e penso proprio di poter dire che questa stele non è qui per noi, per la nostra memoria, bensì siamo noi ad essere qui per Essa, perché se è nella bella espressione della Fede lasciare un segno che sia una testimonianza, lo è, a maggior ragione l'aver cura di lasciare qualcosa che altri, dopo di noi, potranno trovare e passare a loro volta. Eravamo, siamo, alla ricerca di qualcosa di cui non conosciamo forma o nome, alla ricerca di un profumo, e a ben vedere non manchiamo di nulla nel compierci in questo. Le domande ultime di un uomo sono gravide di mistero, oggi come in ogni epoca: qualcosa si mostra a noi, qualcosa si cela: è una tensione che è essa stessa vita e che ben si esprime col gesto che faremo tra breve sollevando il drappo che ora vela la stele. Nel mio insegnamento quotidiano nel Dojo, quel che cerco di trasmettere, al di là di un gesto tecnico, è lo spirito che lo possa incarnare: ; il segreto dell'arte della spada Il fulmine taglia il vento di primavera (Yamaoka Tesshu Sensei). Essere partecipi di una tradizione è appunto incarnare di generazione in generazione quel che, altri prima di noi, ci hanno donato: cercando, studiando, lavorando, con un impegno che non può dirsi altro se non strenuo. Questa è la Fede. Questo è Bushi Chojun Miyagi, nato a Naha il 25 Aprile 1888 |
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" Non credere che questo silenzio sia inutile e vuoto. Entrare in monastero e fare Zazen in silenzio, o lasciare il monastero e andarsene in giro sono entrambe la forma dell'ininterrotta pratica del monastero. Tale ininterrotta pratica è il regno della libertà dalle condizioni, allo stesso modo per cui il cielo è libero dalla tracce degli uccelli in volo; è il regno dove si è completamente uno con l'intero univers. Non sprecare il tempo della pratica, ma piuttosto pratica nello spirito di una persona che cerca di estinguere una fiamma tra i suoi capelli. |
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Nell'ambito di GIAPPONE, L'ESSENZA DELLA BELLEZZA, il 10 e l'11 settembre 2008 si è tenuto un convegno a Venezia, presso la Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore, organizzato in occasione dei mille anni del più importante romanzo classico della letteratura giapponese, il Genji monogatari. Direzione scientifica: The International Hokusai Research Centre Scritto nel 1008 dalla dama di corte Murasaki Shikibu, esso rappresenta la summa della cultura e dell'estetica di corte di epoca Heian, l'epoca classica del Sol Levante (794-1185), ma è anche la massima espressione del filone letterario femminile in lingua "volgare" . E'diviso in 54 libri, che narrano la vita di Genji, il principe splendente, chiamato così per la sua intelligenza, cultura, sensibilità e bellezza fisica; la trama si fonda sulla fortuna mondana, la caduta, la risalita al potere e infine la morte del principe galante, a cui fanno cornice stupende figure femminili. TRAMA |
scoprono innamorati, cercheranno di reprimere i loro sentimenti: Fujitsubo chiudendosi nel riserbo e Genji, da poco sposato con la principessa Aoi, sorella del suo migliore amico To no Chujo, lanciandosi in continue avventure che però non riescono mai a soddisfarlo spegnendo il desiderio per la dama. Per curarsi da una malattia, Genji visita Kitayama, la regione delle colline che cingono a nord Kyoto. E'qui che incontra una bambina, Murasaki, che lo incuriosisce e che scopre essere nipote di Fujitsubo. La porta a vivere con sé, curandone l'educazione per trasformarla nella sua dama ideale. Nel frattempo riesce ad incontrare Dama Fujitsubo ed i due finiscono per avere un figlio, che però viene riconosciuto dall'Imperatore e diviene Principe ereditario, rendendo Fujitsubo imperatrice. I due amanti giurano di non rivelare mai il loro segreto. Genji e la principessa Aoi si riconciliano ed ella dà alla luce un figlio, ma muore poco dopo il parto posseduta dallo spirito di Dama Rokujo, un'antica amante del principe ossessionata dalla gelosia. Genji trova consolazione in Dama Murasaki, ormai cresciuta, che sposa a Kitayama. Alla morte dell'Imperatore, ha sopravvento a corte una fazione ostile a Genji, che approfitta della prima occasione - lo scandalo che coinvolge lui e la concubina del fratello, l'Imperatore Suzaku - per esiliarlo nella provincia rurale di Harima, lontano dalla capitale. Qui un ricco possidente, Akashi no Nyudo, ospita Genji e lo incoraggia ad intrecciare una relazione con la figlia, Dama Akashi, che gli darà una figlia-destinata a divenire Imperatrice. Il perdono del fratello riporta Genji a Kyoto, dove conduce anche Dama Akashi. Il figlio suo e di Fujitsubo (ormai scomparsa) ascende al trono e conoscendo i reali legami di sangue che lo legano a Genji, lo eleva ai più alti onori. Tuttavia, intorno ai quaranta anni, la vita affettiva di Genji inizia a risentire di alcune difficoltà sebbene la sua posizione a corte sia ormai consolidata. Un po'controvoglia, Genji sposa una giovane dama dell'alta nobiltà, che però lo tradisce dando alla luce un figlio non suo, Kaoru, da tutti ritenuto legittimo, come era già avvenuto all'Imperatore suo padre. Genji vede in ciò la manifestazione della legge del karma messa in moto da lui stesso con Fujitsubo, ma non rescinde quella che rimarrà sempre un'unione non felice. Questo matrimonio mette a rischio, ma non incrina però la sua relazione con Dama Murasaki, che non essendo riuscita a dargli un figlio rimane solo una consorte secondaria. Dopo non molto tempo Dama Murasaki muore, lasciando a Genji una profonda melanconia ed un senso di solitudine. Nel capitolo Maboroshi (Illusione), Genji riflette sulla transitorietà della vita, sulla coscienza di vivere in un mondo fluttuante, esprimendo il senso di ; mono no aware , caducità e perciò bellezza fugace di tutte le cose. Il resto dell'opera, conosciuto come Capitoli di Uji per via dell'ambientazione, è successivo alla morte di Genji ed ha per protagonisti Kaoru ed il suo migliore amico Niou, principe imperiale figlio della figlia di Genji e dell'Imperatore. Segue le loro avventure e la loro rivalità nel tentativo di sedurre alcune delle figlie di un principe imperiale che risiede ad Uji. La narrazione ha una fine improvvisa, con Kaoru che si chiede se la dama di cui è innamorato sia invece insieme a Niou. Kaoru è stato talvolta definito il primo antieroe della letteratura giapponese. Traduzioni del Genji in Italia |
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Un componimento presentato alla gara di poesia del principe Koresada. Tsuyu nagara Coglierò e fra i capelli La rugiada sul crisantemo era considerata l'elisir di giovinezza eterna e di longevità. Tale credenza e la festa del crisantemo del nono giorno del nono mese, furono introdotte dalla Cina. Anche adornarsi i capelli con i fiori o piante era una specie di rito magico per augurarsi longevità. Poesia tratta da Kokin waka shû |
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Milano - Angelo Rognoniespone fino al 17 ottobre allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1 Le tele si rappresentano come tracce, trame, visioni, distorsioni del dato naturale. Le lacerazioni dell'anima, i sentieri postivi e negativi, del mondo animale e razionale dell'artista, vengono distorti in colori e con la forza e l'impatto dell'azione pittorica trasmessi. Nell'ambito di un discorso artistico che si avvale di varie tecniche e che produce con ciascuna opera un impatto visivo di rilievo. L'artista sottolinea questo aspetto avvalendosi anche delle mani e della spatola per creare quadri i cui segni possano essere tocchi e ritocchi di quanto sensibilmente sperimentato o sentito. Ogni sensazione visiva, tattile, viene fatta trasmettere dai colori alle tele. In formule astratte ed informali, mescolando questi percorsi in un processo di continua esclusione, allontanamento, trasfigurazione del dato di partenza. Nondimeno i segni evidenziano tuttavia momenti di empatia con il dato naturale e di contestuale disgregazione di esso. Il tutto viene abilmente mescolato dando vita a connessioni, tensioni, pulsioni, che colpiscono per la loro immediatezza espressiva, carichi come sono di esplosiva veridicità. Formule astratte che guadagnano i contorni dell'immaginario attraverso l'informale di cui ogni quadro resta la traccia. Astrazione informale che si trasmette con ispessimenti, spessori, altorilievi. Le opere danno corpo a visioni, utilizzando con abilità olii, acrilici e schiume poliuretaniche mescolate con sabbie, smalti e stucchi. Il tutto crea delle concrezioni, sedimentazioni materiche che si avvalgono dell'intreccio di colori che ripetono la realtà circostante oppure la trasmutano in visioni interne simili all'immagine sogno o a degli schizzi di essa. |
Roma - Loredana Baldini espone fino al 26 ottobre allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243 Appaiono volteggianti figure scultoree, quasi instabili, prive di equilibrio, eleganti e sottili ricercano lo spazio circostante come se la materia originaria da cui prendono forma potesse plasmarsi in qualcosa altro, qualcosa di fortemente intriso di comunicazione visiva e di relazione. Angolature, linee, posizioni, plastiche, lasciano la terra d'origine per creare un progressivo effetto di distaccamento, di volo. Ed è questo volteggiare, instabile e discontinuo, il perno su cui ruota l'idea artistica. La figura scultorea è un progetto che si reinventa ogni volta e in questo suo percorrere lo spazio deve mostrarsi come qualcosa che stabilisce con l'esterno un deciso senso di comunicazione e di relazione. L'artista crea corpi solidi che si contrappongono dinamicamente con gli spazi esterni. Silhouette di donne e di uomini che si esprimono in atteggiamenti di tensione in avanti, di sospensione e capovolgimento. Le figure fronteggiano, assorbono, scambiano e scaricano le forze energetiche che le circondano. L'impatto con aria e terra produce scuotimento, i corpi si allungano e c'è un cambiamento delle sembianze. Osservando "Grecale" si nota l'effetto dell'omonimo vento dell'est che plasma i corpi proiettandosi su di essi. Le due donne sono disposte in direzioni contrarie e si danno le spalle, mentre abiti e capelli si gonfiano e prendono la forma di vele. Analogo percorso è quello dell'opera "Sciarpa" dove la figura femminile non è in posizione di caduta ma di ribaltamento portando al collo l'unico elemento di raccordo con la terra, una sciarpa appunto, e dove quindi la sagoma assume una postura particolare modellando il corpo e le mani in modo da formare angoli concavi. Si stabilisce così una relazione con l'aria di armonia e raccoglimento. Da notare anche le caratteristiche di "Orizzontale" dove la figura maschile con il cappotto poggia sdraiandosi sulla pancia e mentre il viso è proteso a respirare sensazioni di equilibrio, la cravatta e i pizzi del cappotto sono di nuovo gli unici elementi di contatto con la superficie del suolo. Ogni lavoro esprime l'idea che volare con le vitalità della mente e del corpo è uno dei rapimenti più efficaci per contattare il mondo e ritrasmettere energie positive. |
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