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Pagine Zen N° 94gennaio/marzo 2012 Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
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Il 2012 sarà un anno renchen 壬辰, retto cioè dal nono Tronco Celeste (ren 壬) dell’elemento acqua e dal quinto Ramo Terrestre (chen 辰) dell’elemento terra. Signore Stellare dell'anno sarà il Drago. I rami terrestri chen e mao si troveranno in opposizione, con l'elemento terra chen sottomesso all'elemento legno mao. Le due stelle della malattia entreranno nella Casa del Destino; ciò potrebbe causare malattie e infortuni. Si consiglia pertanto massima attenzione a non esporsi ad azioni o attività pericolose. Il drago nella tradizione cinese La sua comparsa in Cina è molto precoce. Nel villaggio neolitico di Xinglongwa 兴隆洼 (Mongolia Interna) fu rinvenuto un mosaico di “drago dalla testa di maiale” (猪首龙zhushoulong) risalente a circa 8.000 anni fa, la più antica immagine di drago cinese finora scoperta. |
Il drago è generalmente un simbolo benevolo di potere, saggezza e fertilità legato alla pioggia, numerose sono infatti le immagini di draghi tra le nuvole. Il drago nello zodiaco cinese |
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| 1860 Giappone - Italia Sguardi incrociati di artisti e viaggiatori Rossella Marangoni - www.rossellamarangoni.it |
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Nel XIX secolo due Paesi, l’Italia e il Giappone, in apparenza così distanti, compiono un percorso analogo che li condurrà verso la modernizzazione. Non solo, è proprio in quel complesso periodo di sfide che i due Paesi stringono relazioni di amicizia e subiscono una reciproca fascinazione.
All’apertura ha fatto così seguito l’arrivo delle potenze straniere (Stati Uniti, Olanda, Francia, Inghilterra) che stabiliscono le proprie legazioni a Yokohama, non lontano da Edo (poi rinominata Tōkyō), per sostenere i propri interessi commerciali nell’arcipelago, imponendo la stipula di trattati ineguali al traballante governo dello shōgun. Il giovane Regno d’Italia non è da meno e già nel 1866, ancora prima che il Giappone abbandoni definitivamente il feudalesimo, invia una propria nave, la pirocorvetta Magenta, della Regia Marina, impegnata in un viaggio di studio che la porterà poi a circumnavigare il globo per due anni. Sarà una missione che porterà, nel 1866, i passeggeri della Magenta a dare testimonianza di un Paese ancora legato a tradizioni e costumi antichi ma in cui già è ben viva una forte spinta verso la modernità. |
In quell’epoca il prestigio dell’Italia agli occhi dei giapponesi crebbe in maniera esponenziale e coprì altri settori, dopo quello commerciale. L’interesse nei confronti della penisola e del contributo che l’Italia avrebbe potuto portare alla modernizzazione del Giappone, che era stato chiuso ad ogni influenza straniera per circa 250 anni (dal 1603 al 1858), si allargò al settore militare e a quello giuridico. Ma già a partire dagli anni Settanta del XIX secolo l’Italia stava contribuendo attivamente all’introduzione delle conoscenze europee soprattutto in campo artistico. Infatti, con la restaurazione imperiale e il ritorno del potere de jure e de facto nelle mani dell’imperatore, la nuova oligarchia, che era costituita da un gruppo di giovani uomini politici, nessuno dei quali raggiungeva i quarant’anni, decise di far giungere da Europa e Stati Uniti i maggiori esperti in ogni campo per contribuire allo sviluppo del Giappone. Nell’arco di un ventennio il governo Meiji chiamò ben 2400 esperti stranieri o oyatoi gaikokujin (lett. “onorevoli impiegati stranieri”). All’Italia venne riconosciuto il primato nelle arti e furono proprio gli artisti gli esperti italiani più richiesti. Alcuni di questi personaggi, il pittore Antonio Fontanesi (1818-1882, in Giappone dal 1876 al 1878), lo scultore Vincenzo Ragusa (1841-1927, in Giappone dal 1876 al 1882) e l’incisore Edoardo Chiossone (1833-1898, in Giappone dal 1975 alla morte) avrebbero segnato con la loro opera in terra giapponese una stagione nuova e foriera di sviluppi interessanti per il panorama artistico dell’arcipelago. Bibliografia: |
| Storie di fantasmi giapponesi Il kaidan nel cinema - Prima parte Giampiero Raganelli |
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Ai kaidan, i racconti fantastici di fantasmi ed esseri soprannaturali popolari in epoca Edo, il cinema ha attinto a man basse, tant’è che i film dal titolo “Kaidan”, o con la parola nel titolo, ormai non si contano più. Mentre l’interesse per questo genere di ghost story, nel cinema classico, si intreccia con la sua commistione con il teatro kabuki e con la tendenza a realizzare film a impianto teatrale, nel cinema contemporaneo rappresenta un bacino di storie per i j-horror, i popolari film orrorifici che spopolano anche in occidente. La prima versione su schermo risale al 1912 ed è opera di Makino Shōzō, il padre del cinema giapponese, non a caso un direttore di teatro kabuki che vide nell’invenzione del cinematografo la possibilità di filmare rappresentazioni teatrali. A cimentarsi con quel testo anche Kinoshita Keisuke, il grande regista classico, rivale storico di Kurosawa, con Shinshaku Yotsuya kaidan (1949), che propone un’interpretazione nuova, in chiave psicologica e sociologica, filtrata dalla peculiare visione umanista del regista, |
dove si fa minimo ricorso alle apparizioni sovrannaturali. Mori Masaki nel 1956 realizza una versione più teatrale con gli attori truccati come nel kabuki. Misumi Kenji, il grande regista artigiano di film di samurai noto per le serie di Baby Cart e Zatoichi, realizza una sua trasposizione a colori nel 1959 dove ribalta la figura di Iemon, che da malvagio assassino diventa un eroe ingannato, mantenendo così la visione positiva del samurai e dell’etica del bushido. Allo stesso anno risale la sontuosa versione del maestro del gotico, Nakagawa Nobuo. La sua ricostruzione dell’epoca Edo fa un uso espressivo di colori saturi, oltre che essere la più fedele alla storia originale, con gli archetipi dei racconti dell’epoca, come la donna vittima di un samurai arrivista senza scrupoli, il samurai malvagio che antepone l’opportunismo all’integrità e la donna offesa. Kato Tai, l’enfant terrible del cinema di genere, amato da Oshima, realizza, nel 1961 l’ennesima versione dal titolo Kaidan Oiwa no borei, spingendo verso il grottesco. Il suo coetaneo, l’eclettico Fukasaku Kinji, alla fine della sua carriera, dirige Chūshingura gaiden: Yotsuya kaidan (I 47 ronin fedeli – Storia dei fantasmi di Yotsuya), dove, con lo stile dei suoi film di yakuza, ibrida il testo con la leggenda dei “47 ronin”. Un’operazione azzardata ma fino a un certo punto, visto che il dramma kabuki originale era collegato a quella storia, e veniva spesso rappresentato proprio negli intervalli della stessa. |
Altri fattori che incidono nella predilezione di alcuni kanji possono essere l'essenzialità data dal numero esiguo di kaku (tratti) che li compongono, oppure, di contro, la complessità che caratterizza quelli formati da molti tratti. Vediamo i casi estremi. |
L'altro ideogramma di fig.3 si ritiene sia stato creato ed impiegato per scrivere il cognome Taito. E' composto dai kanji di tre 雲 nuvole e tre 龍 draghi, conta un totale di ben 84 tratti e si legge taito. Il carattere è riportato sul Jitsuyō seishi jiten (Dizionario pratico dei Cognomi) pubblicato dalla Mailing [1964], e una versione molto simile con le letture “otodo, daito” appare invece nel Nandoku seishi jiten (Dizionario dei Cognomi di difficile lettura) edito da Tōkyōdō Shuppan [1977]. |
L'ESPOSIZIONE D'ARTE GIAPPONESE Roma, 1930 Luca Piatti - luca@kottoya.eu |
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Diversa fu la situazione in Europa, dove apparvero testi e riviste sull'argomento. Fra il pubblicato non si possono non citare le due opere fondamentali che permisero tutti gli sviluppi futuri. In ordine di stampa, nel 1882, il testo di William Anderson, intitolato “Japanese wood engravings”, la prima opera sull'arte giapponese, scritta da un autore che si era recato, per l'elaborazione, in Giappone. A questo seguì, nel 1883, lo scritto di Louis Gonse, intitolato “L’art japonais”, in due tomi, per la cui compilazione si avvalse di Wakai Kenzaburo e Hayashi Tadamasa, due giapponesi attivi a Parigi. Hayashi Tadamasa, mercante d'arte giapponese, collaborò anche con de Goncourt, fu l'autore della traduzione dei testi in lingua giapponese inerenti l'opera di Utamaro, lavoro che permise la pubblicazione, nel 1891, della monografia “Utamaro, le peintre des maisons vertes”. Da parte sua il Pica, ammirata la qualità degli oggetti esposti nel museo genovese, redasse vari articoli di descrizione e commento, pubblicati sulla rivista “Emporium”. Gli articoli, pur rispecchiando le idee espresse nel suo testo del 1894, risentono della nuova conoscenza delle opere del Gonse e dell’Anderson, ora introdotti nella bibliografia, e della revisione dei richiami al de Goncourt. |
Per la prima volta in Italia vengono pubblicati i mitici manga di Hokusai, | |
L’arte giapponese di avvolgere contenere, trasportare oggetti di ogni forma: un’alternativa elegante ed ecologica per preparare originali pacchi dono. La sensibilità verso l’ambiente cresce e tornano in voga materiali e abitudini antiche, di cui si riscopre la modernità. Dal Giappone si fa strada anche in Europa, tra le altre cose, l’interesse per il FUROSHIKI, l’arte di imballare e trasportare le cose piegando e annodando un telo di stoffa. Dalle dimensioni della tela al disegno che lo impreziosisce, dalla tipologia del tessuto fino alle sfumature del suo colore, ogni dettaglio risponde a un preciso significato: la scelta del furoshiki, insomma, non si può improvvisare. |
C’è una legatura per trasportare bottiglie, una per i libri, gli oggetti tondi come l’anguria, la spesa giornaliera, un regalo e mille altre cose. Il furoshiki può essere di cotone, di seta, di tessuto sintetico. Multicolore o in tinta unita, double face, dipinto a mano, stampato con le fantasie inesauribili della tradizione nipponica. Cucito a mano o a macchina, a buon mercato o costosissimo data la varietà dei tessuti. I metodi base di avvolgere gli oggetti con il furoshiki sono tre: Questi metodi base prevedono numerose variazioni: |
| zen:uccidere Tetsugen Serra - Monastero Zen Il Cerchio |
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Un giorno Gasan istruiva i suoi seguaci: Tratto dal libro VIVERE ZEN |
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| RACCONTI DEI SAGGI SAMURAI | |
Ono no Takamura Sulla neve posata sui fiori di susino
Hana no iro wa
Il colore del fiore, Tratto da Kokin Waka Shū |
Editions de Seuil, Parigi, 2011 Attingendo alla tradizione orale, nonché a fonti scritte finora inesplorate, Pascal Fauliot ci propone un’antologia favolosa delle gesta dei samurai, un’élite di gentiluomini che non erano solo guerrieri, ma anche spesso maestri zen e fini letterati. Mettendo in scena i grandi principi delle arti marziali, della strategia, del codice d’onore, della pratica zen, questi racconti dell’età dell’oro dei samurai ci danno lezioni di vita piene di umanesimo e poesia. Ronin, maestri d’armi o fieri daimyo si confrontano con i grandi condottieri della storia del Giappone che furono Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu. …Parecchi di questi racconti e leggende mi sono stati trasmessi oralmente, ma ho ugualmente consultato diverse versioni scritte. Ricerche storiche mi hanno sostenuto nel lavoro, permettendomi di controllare le concordanze tra diverse testimonianze riguardo a numerosi personaggi realmente esistiti, e che spesso, secondo un costume del Giappone antico, hanno cambiato nome nel corso della loro vita.
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